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"Quello che non ho" è Bruno Trentin

30 Gen 2016 | Archivio

 

 

DI FRANCESCO ALI’

 

È l’anniversario della scomparsa di Bruno Trentin. Come tanti, ricordo bene quel 23 agosto del 2007.

 

 

L’anno precedente, quasi due mesi prima del suo grave incidente in bici, lo aspettavamo a Reggio Calabria per un dibattito all’interno del consueto appuntamento estivo della Festa del Lavoro della Cgil. Trentin non arrivò. Doveva partire con il volo delle 17.30 da Roma. Quel volo che, per ragioni tecniche, venne soppresso. Ci rimanemmo molto male, ma, ancor di più, ci rimase male Bruno che voleva onorare il suo impegno con noi e con la città. E per questo, benchè non fosse colpa sua, ci inviò un sincero messaggio di scuse. Dolendosi dell’isolamento della città dello Stretto.

 

 

Avevamo concordato con Bruno Trentin l’argomento del dibattito "Giovani, Lavoro e Mezzogiorno" a Serravalle Pistoiese nell’ambito della storica rassegna "Cgil Incontri".
Era il 24 giugno ed ero stato invitato al dibattito che suggellava il gemellaggio tra le Camere del Lavoro di Pistoia e Reggio Calabria.
Nello stesso giorno, qualche ora prima, Trentin partecipava all’incontro, "Cento Anni di CGIL", insieme ad Antonio Pizzinato, Giuseppe Casadio, al tempo Presidente dell’Associazione Centenario CGIL, ed al giornalista de l’Unità,  Bruno Ugolini.
Credo si sia trattato del suo ultimo dibattito pubblico. Di grande spessore culturale, sindacale e politico.

 

Poco prima dell’avvio del dibattito, in un pomeriggio afoso, Bruno era seduto al tavolino, solo, con una birra e la sua pipa, a scrutare l’orizzonte. Indossava la sua immancabile camicia bianca e la cravatta scura. Il suo stile aristocratico e solitario accresceva il suo carisma. Lo conoscevo da qualche anno, lo avevo già incontrato all’Assemblea Nazionale del Lavoro del PDS, poi a Bruxelles quando era parlamentare europeo e poi avevo avuto il suo sostegno politico e formale nella nostra battaglia a Reggio Calabria contro il trasferimento dei Bronzi di Riace.
Avevamo delle affinità. E infatti trovammo presto l’intesa sugli argomenti da affrontare nel dibattito di Reggio. Alla fine dei lavori mi salutò con una stretta di mano e con un sorriso. Era un uomo pacato.
Nel dibattito pubblico che seguì confermò le caratteristiche che avevo sempre apprezzato tutte le volte che avevo avuto la fortuna di ascoltarlo: la sicurezza, l’austerità e la forza di un leone.
Stimolato da Bruno Ugolini parlò di Cgil, di nuove identità di lavoro, di giovani, di conoscenza, diritti, libertà, giustizia, uguaglianza e democrazia, guardando al futuro come se lo stesse leggendo su una palla di cristallo.
Trentin era avanti e ci manca. Manca ad una società e alla sinistra sempre più debole nei punti di riferimento.

 

 

Lo ricorda oggi, con un pezzo scritto per l’Unità, Bruno Ugolini E a noi piace ricordarlo con le sue parole: "Ho incontrato per la prima volta Trentin, negli anni 60, in un salone della Camera del lavoro di Brescia. Aveva un’aria da intellettuale un po’ aristocratico, con tanto di studi ad Harvard e laurea con Norberto Bobbio. Molti sapevano della sua vita prima accanto al padre, professore universitario, antifascista, esiliato a Tolosa a fare il libraio. Lui, Bruno, era poi diventato capo partigiano per Giustizia e Libertà, ed era entrato prima nel partito d’Azione poi nel Pci. Inizia la sua attività nella Cgil con l’ingresso all’ufficio studi, accanto a Giuseppe Di Vittorio e a Vittorio Foa. Aveva partecipato, negli anni 50, con loro e con Luciano Lama, alla cosiddetta “autocritica“ della Cgil che aveva portato al “ritorno in fabbrica” dopo la sconfitta nelle elezioni per la Commissione Interna alla Fiat. Anni dopo eccolo con Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto alla guida dei sindacati dei metalmeccanici. Arriviamo così all’autunno caldo e a conquiste storiche (come il diritto d’assemblea, le 40 ore di lavoro settimanali, la nascita dei Consigli di fabbrica). Trentin è contrario alla richiesta di aumenti salariali eguali per tutti, si batte per la conquista di qualifiche professionali diversificate, ma è messo in minoranza durante un’ampia consultazione e accetta il verdetto. Inizia una stagione nuova, fondata sul sindacato dei consigli con un tentativo coraggioso di creare un sindacato unitario superando le tre sigle. E’ la Flm, Federazione nazionale metalmeccanici. Una sfida che punta anche a rafforzare l’autonomia del sindacato l’incompatibilità tra cariche sindacali e politiche, ma che poi si deve interrompere.
Mentre appare un nemico nuovo: il terrorismo, mascherato da Brigate Rosse e quello dei fascisti del movimento “boia chi molla” affrontati dai metalmeccanici a Reggio Calabria. E comincia il declino, con la sconfitta del 1980 alla Fiat. Con Trentin, ora segretario confederale, davanti ai cancelli di Mirafiori, nel tentativo di convincere gli operai al passaggio dal picchetto senza fine, agli scioperi articolati. Non sarà ascoltato. Così come non troverà sbocco una sua proposta di riforma del salario per far fronte alla richiesta di cancellare la scala mobile. Siamo all’84 al decreto di San Valentino, alla rottura tra Cgil, Cisl e Uil.
Quando muore Lama molti aspettano la designazione di Trentin. Ma forse l’ex leader dei metalmeccanici è ancora sospettato (e a ragione) di troppa autonomia, tra i gruppi dirigenti della Cgil e del Pci. La scelta cade su Antonio Pizzinato, un quadro operaio e, tra l’altro, un caro amico del candidato bocciato. Ma alla fine, qualche anno dopo, segretario generale diventerà proprio Bruno Trentin. Lo attendono le prove delle concertazioni triangolari. Con quel fatidico 1992 quando, col governo presieduto da Giuliano Amato, firma l’accordo e si dimette da segretario generale della Cgil. Rilascia al sottoscritto un’intervista lunga due pagine de “l’Unità”, amareggiato per quel ricatto a cui era stato costretto a soggiacere, sennò il Paese sarebbe andato a catafascio. Eppure, diceva, si poteva fare un patto sociale equilibrato. La rivalsa sarebbe venuta un anno dopo, col governo Ciampi, con un nuovo sistema contrattuale.
 Che cosa lascia Bruno Trentin? Un programma fondamentale, varata a Chianciano nel 1989 per un sindacato che coniuga diritti e solidarietà. La costruzione di un centro studi, l’Ires, con una sua autonomia. La nascita del sindacato delle nuove identità lavorative, il Nidil. La spinta per un processo di delegificazione nella contrattazione del pubblico impiego e la sua privatizzazione. L’uscita dei rappresentanti sindacali dai consigli di amministrazione. Lo scioglimento delle correnti politiche nel sindacato.
Negli ultimi anni lavora lungamente ad un programma per la sinistra. C’è la concezione (come nel suo ultimo libro (“La libertà viene prima”), che occorre partire dai temi della conoscenza, del sapere, della formazione permanente. C’è la sua concezione del lavoro, non come supplizio e sacrificio ma come ragione di vita perché plasma la tua personalità. Viene eletto parlamentare europeo nel 1999 con le liste dei Ds. L’ultima amarezza nasce nella discussione sul partito democratico. Lui vorrebbe una federazione tra sinistra e centro per mantenere salde le radici, prima di tutto quelle del lavoro. E confessa al cronista di voler morire socialista. Può parlare ancora oggi come con queste parole dedicate ai giovani: “La prospettiva che il sindacato del duemila offre alle nuove generazioni non può essere quella di un lavoro qualunque, ma deve essere un lavoro che metta al centro l’autonomia e l’autorealizzazione della persona”.

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