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A tu per tu con Danilo Rea: ‘Il Jazz viene dall’anima, prima che dalla tecnica. La Calabria? Amo i suoi colori e Cilea, che omaggerò presto’

30 Gen 2016 | Cultura e Società, Storie

Seduto al suo pianoforte, ogni tasto sfiorato lascia un segno nell’anima ed una storia da portare con sé, col cuore gonfio di gratitudine.

Danilo Rea è così, che parli con la sua musica o che si racconti a parole. Ascolta e scandaglia, pensieri e sonorità.

Succede allora che una intervista diventi una sorprendente riflessione, quasi filosofica, ma al contempo molto concreta, sul suo amore di sempre, il Jazz. E su quello che il Jazz, che festeggia cento anni, potrà essere per il futuro della musica.

Una nuova sfida, quella di Danilo Rea, che potrebbe rivelarsi profetica quanto quella che, molti anni fa, lo vide fondare –  insieme a Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla Batteria – i rivoluzionari ‘Doctor 3’.

L’occasione di questo incontro con il pianista internazionale viene dal prossimo live che porterà il rinato e storico trio in Calabria, a Cortale (Catanzaro), il 6 agosto per la quattordicesima edizione della rassegna Jazz&Vento.

Danilo Rea, questo suo ritorno in Calabria coincide con il ritorno sulla scena dei “Doctor 3”. Cosa significò l’esperienza del trio che negli anni Novanta sdoganò la musica pop, per farla dialogare col Jazz? È stato arduo, a quei tempi, riuscire in questa impresa?

“All’epoca era molto rischioso. Consideri che persino quando andammo a suonare alla Town Hall di New York ci successe qualcosa di imprevisto. C’era una serata tutta dedicata agli italiani, in cui c’erano Rava e molti altri. Noi facemmo il nostro set e il critico del New York Times il giorno dopo scrisse di noi: “Hanno avuto molto successo di pubblico, però peccato che “Your song” di Elton John sia un pezzo discutibilissimo, nonostante uno provi a suonarlo nella maniera del jazz”. Insomma, persino in America era difficile un’operazione del genere”.

Una stroncatura non da poco, insomma…

“No no. Io sono molto contento, col senno di poi, di aver insistito su questa cosa, perché posso dire che siamo stati tra i primi a spingere in quella direzione e questo ha prodotto poi dei risultati molto importanti. Pensi che nell’86 io e Roberto Gatto facemmo un disco dal titolo “Improvvisi”, in cui c’era in erba quello che avrei fatto nella vita. C’era un brano di Claude Debussy improvvisato da me e da Gatto che sembrava piuttosto avveniristico per quell’epoca. E poi abbiamo suonato brani di Tenco. Insomma, c’era un po’ quello che avrei fatto coi Doctor 3".

Qual è stato il ‘segreto’ di questo trio avveniristico?

“I Doctor 3 sono stati un bell’esperimento perché in realtà l’alchimia ha funzionato molto bene. Fabrizio Sferra è un grande batterista ma era digiuno di musica pop. Era un jazzista puro, praticamente. Per cui il suo inserimento era proprio da jazzista e questo ha fatto sicuramente bene al sound che è uscito fuori. Enzo Pietropaoli è un vecchio compagno di viaggio, che ha una tale esperienza e sensibilità che ci permette di affrontare in tempo reale qualsiasi tipo di brano. E questa cosa qua mi è capitata solamente con lui, nella vita, e con Ares Tavolazzi, i due contrabbassisti più vicini a me”.

Mi è arrivato uno “spiffero” sui “Doctor 3”: è vero che avevate giurato di non suonare più insieme, quando il trio si sciolse?

(Ride) “Guardi, ci siamo detti che qualche cosa prima o poi l’avremmo fatta, insieme. Però, insomma, ci siamo presi un bel po’ di tempo. Fabrizio Sferra ha fatto i suoi dischi in trio e ha fatto le sue cose. Diciamo che ognuno di noi aveva bisogno di provare a far la propria musica. Anch’io ho un altro trio con cui suono meravigliosamente, che è quello con David King alla batteria, il batterista dei “The bad plus”, e Ares Tavolazzi, e con loro incideremo un disco entro l’anno prossimo. Enzo Pietropaoli ha un gruppo molto bello e fa la sua musica, però ciò non toglie che, nel momento in cui tu ti realizzi e hai modo di fare quello che senti più vicino a te stesso, anche la voglia di riprovare insieme ritorni, perché sei più sereno. Come ben saprà, a partire dai Beatles, tutti i gruppi tendono – un po’ come nei matrimoni – a cercare i propri spazi”.

E quando si ritorna insieme significa che il legame è davvero forte, come in questo caso…

“Eh, sì. È fisiologico che nei gruppi succeda che ci si divida, a meno che non ci sia un grande leader e allora i gruppi reggono. In noi non c’era il leader, c’era un rapporto paritario. Pare che, nel gruppo di Miles Davis, Ron Carter e Tony Williams non si parlassero, eppure suonavano meravigliosamente insieme”.

C’è sempre una ispirazione dietro ogni progetto, musicale e artistico. Qual è l’ispirazione che la muove in questo momento della sua carriera?

“In questo momento sto portando avanti il progetto realizzato con Ramin Bahrami: abbiamo fatto un disco e lo stiamo facendo conoscere con una serie di concerti. Bahrami è un grande interprete di Bach ed io ci improvviso sopra. Anche questo è un progetto piuttosto rivoluzionario, perché in genere il jazzista riarrangia la musica di Bach e la porta “a casa sua”. Invece questa volta noi rispettiamo la partitura originale, e aggiungiamo qualche cosa, che è improvvisazione. Insieme. Mi piace perché quello che mi interessa, quando suono, è raccontare una storia. E chi improvvisa deve avere una storia da raccontare. In questo periodo, in particolare, nel quale sto studiando molto, sto trovando delle strade che sono leggermente più lontane dal seminato, da quello che è il linguaggio di tutti i jazzisti, però credo che entro uno, due anni riuscirò ad integrare queste cose con il jazz che suono adesso”.

Qual è il suo sogno, in musica?

“Il mio sogno resta sempre quello di creare un racconto attraverso le emozioni”.

E la Calabria sente in modo particolare le emozioni che riesce a comunicare col suo pianoforte. Ed è pronta a riabbracciarla a Cortale, il 6 agosto, per la bella rassegna Jazz&Vento che è un appuntamento tra i più seguiti del genere.

“Ah, la Calabria. Questo è un amore ricambiato. Ho sempre pensato che la Calabria abbia dei colori unici e sono molto molto felice di questo live che si avvicina…”.

Peraltro ha ricevuto anche il premio Francesco Cilea, ad Agerola (Campania), dove il compositore calabrese aveva la residenza estiva. Le è capitato di interpretarlo?

"Beh no, però Francesco Cilea lo amo ed è davvero uno dei più grandi compositori italiani. Anzi, le dirò, credo che in futuro lo farò. Suonerò e magari inciderò un pezzo di Cilea. Assolutamente”.

Sarà certamente un bell’omaggio, alla Calabria, che apprezzerà. Dal passato al futuro, dunque ai giovani. Lei insegna, anche. In questo suo rapporto con i giovani, come legge il futuro della musica in Italia?

“Beh, il futuro della musica pop è sicuramente molto oscuro. Io ho lavorato con cantautori che hanno oggi, diciamo, una “certa” età. Ormai faccio registrazioni solo con artisti come Mina, Fiorella Mannoia … Essendo io cresciuto in un’epoca diversa mi rendo conto che il messaggio musicale oggi è molto, molto svilito, rispetto a quello dei grandi artisti citati. Non discuto nemmeno il valore dei testi, che si producono oggi, ma sto parlando proprio del modo in cui si fa canzone e musica. E questo è abbastanza drammatico perché, se si continua a proporre musica di questo tipo, o succede la rivoluzione oppure si andrà sempre più in basso. Questo perché si è andati appresso all’idea americana, sempre più di tipo commerciale. Capisco che è musica più facile, che il ritmo è la prima molla che si aziona, ma vedo che c’è una chiusura totale verso la melodia. In Italia ciò che è melodico, parlando di alcune trasmissioni che producono musica, è quasi da considerare off-limits. Passato, antico, classico, in senso dispregiativo. Invece io credo che le belle canzoni siano come un Notturno di Chopin. Tra mille anni ci saranno ancora. Basta pensare alla canzone napoletana, immensa, meravigliosa, immortale, con i suoi autori pazzeschi, come Di Giacomo”.

E il futuro del Jazz?

“Ecco, anche per il Jazz intravedo un problema. Vedo, infatti, un panorama di grandi musicisti, tuttavia temo che questo sempre più grande e ricercato livello tecnico – tanto incitato nelle scuole – possa nuocere al livello per così dire emotivo del musicista. Se il blues era un urlo di dolore dell’afroamericano che viveva una realtà molto disagiata, quindi raccontava delle storie, il jazz è stato poi una nuova interpretazione, degli afroamericani e non solo (visto che il primo a inciderlo fu un italiano) che, tuttavia, continuava a raccontare storie, storie di libertà. Ed era una musica che piaceva, piaceva a tutti. Adesso la troppa cultura può portare paradossalmente a un inaridimento emotivo. Ecco perché dico che è un po’ pericoloso”.

Capita effettivamente di trovarsi di fronte a musicisti che si perdano in virtuosismi tecnicamente irreprensibili, ma spesso fini a se stessi…

“Il grande Steve Winwood, che scrisse “Gimme some lovin’, every day” , uno dei pezzi più groovy e famosi della storia del rock, dichiarò molti anni dopo: “Non sarei più capace di scrivere un pezzo come quello, perché allora avevo 16 anni. E sapevo poco. Adesso so troppo per poter scrivere un pezzo così comunicativo. E scrivo altre cose”. Ora, nulla in contrario, però mai dimenticare che il Jazz viene dall’anima, prima che dalla tecnica”.

Il pubblico lo sente questo, è vero. E l’artista? 

“Assolutamente. Chi suona si fonde con chi ascolta. E viceversa. Quando c’è uno scambio emotivo. Questa è la cosa da cercare. E solo in quel momento l’artista riceve emozione dal pubblico, quando riesce a darne, di emozioni. Quando a fine concerto qualcuno viene da me e mi dice che si è emozionato, io lo ringrazio e vado via felice, perché questo per me è vitale. Vitale. Sono sempre più convinto che il pubblico sia fondamentale. Devi essere onesto, tutto qua, nel senso che non puoi raccontare la storia di un altro. Devi raccontare la tua. E ti devi mettere a nudo, con le tue emozioni e i tuoi sentimenti. Se lo fai, chi ti ascolta ti accetta. Sta tutto in quel contatto, in quell’ora e mezza di scambio emotivo. Tutto lì”.

Ed in chiusura, le chiedo: a chi spegne una candelina non può mancare un augurio. Gli anni sono cento. Cosa augura Danilo Rea al Jazz?

“Bella domanda questa! Beh, lunga vita al jazz, ma soprattutto lunga vita all’improvvisazione. Perché è forse la cosa più importante che è tornata nella musica, dopo tanti anni di smemoratezze. L’improvvisazione, che era caratteristica di Bach, di Beethoven e di grandi musicisti, ha lasciato la musica classica. Ecco, il jazz in questo momento potrebbe aiutare a rendere la musica classica un po’ più attuale, più viva. Perché la musica classica , con tutto il rispetto, ha ormai solo degli interpreti che cercano di essere più filologici possibile. Però forse, per citare Glenn Gould, “meglio rischiare qualche critica negativa, però passare alla storia come un pianista che ha cambiato il modo di eseguire Bach o una sonata di Beethoven”. Il jazz in questo può aiutare. Pensi se gli studenti di musica classica dei conservatori si avvicinassero anche all’improvvisazione. Io penso che funzionerebbe. Pertanto auguro lunga lunga vita al Jazz, perché è fonte di vita musicale e perché, sicuramente, negli ultimi 100 anni è stata la cosa più importante avvenuta in questa arte”.

Le foto sono tratte dalla pagina fb di Danilo Rea e di Jazz&Vento

Ed ecco i dettagli del live a Cortale con i Doctor 3 per la rassegna “Jazz&Vento”

Siamo alla quattordicesima edizione di “Jazz & Vento”, una delle più ispirate rassegne del genere, che si terrà come di consueto ad ingresso totalmente gratuito nelle serate del 6 e 7 agosto prossimi in piazza Cefaly a Cortale. Il neo insediato direttore artistico (in realtà si tratta di un ritorno), Franco Suppa ha individuato ottimi concerti nei live degli appena riformatisi Doctor 3, cui seguirà il sensazionale sassofonista Kenny Garrett. I Doctor 3: Danilo Rea al piano, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, Fabrizio Sferra alla batteria. Senatori del jazz nonostante l’aspetto da eterni ragazzi. Poi un lungo percorso in comune prima di abbracciare nuove inedite strade secondo gli stilemi che nel jazz sono continue improvvisazioni. E le melodie sono da urlo, riconoscibili nelle pieghe jazzate dei pezzi scelti dal trio: dai Beatles fino a Leonard Cohen, David Bowie, the Doors, Carole King e tutto quello che arriva dal ricordo di una carriera che pochi altri possono vantare. Una ritrovata maturità e una voglia di suonare insieme che non ha tradito lo spartito di partenza e lo spirito dei pionieri. Nel lungo periodo di vacatio Danilo Rea si è imposto come uno dei più versatili pianisti della scena (Da Mina a Paoli, passando per Concato, Baglioni e Bahrami), mentre Pietropaoli e Sferra (che oltre ad essere dei ricercatissimi turnisti hanno sviluppato un percorso solistico di grande qualità), non hanno mai smesso definitivamente di frequentarsi. Quella di Cortale, sarà una delle poche selezionatissime date prevista per questa estate (Comunicato stampa).

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