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Quel patrimonio da “selfie e via” e la strada della ricerca

18 Ago 2020 | Cultura e Società

I BRONZI, LA BUONA PRASSI DAL GIAPPONE E I MUSEI CALABRESI IN AFFANNO (ANCHE SENZA COVID)

di ANTONIETTA CATANESE

Che qualcuno arrivasse addirittura a forzare una fila e a non pagare il biglietto (mettendo in pericolo, in tempi pandemici, visitatori e dipendenti del Museo), pur di trovarsi faccia a faccia con i Bronzi di Riace, ha dell’incredibile.

Si confermano decisamente irresistibili, i Guerrieri – che questo 16 agosto hanno compiuto i 48 anni dal loro ritrovamento nelle acque di Riace, sulla costa Jonica reggina – conservando intatto il loro fascino e un esclusivo dono: la perfetta Bellezza (che nasce, è bene ricordarlo, dall’Arte perfetta).

Sembra tuttavia che oggi si apprezzi soltanto la prima, mentre la seconda, l’Arte, che implica studio e conoscenza, sia una noiosa babele per occhialuti addetti ai lavori.

La riflessione è stimolata (anche) dagli ultimi, biasimati fatti di cronaca che hanno ad oggetto i nostri capolavori: il turista che si sdraia sul modello in gesso della (povera) Paolina Borghese spezzandogli un piede o la visitatrice in cerca dello scatto “originale” che si arrampica sul tetto delle terme pompeiane per postare la bravata “culturale” o, ancora, l’attempata signora che decide di vergare con pennarello indelebile il suo filosofico pensiero sul Ponte Vecchio a Firenze.

Il turista culturale sembra sempre più sconfinare nel canone del “crocierista” del reperto. Una giornata va bene per fare il giro di quattro musei, giusto per una bella scorpacciata di selfie, e per tornare a casa tronfi per aver fatto incetta di “cultura”.

Non è solo un problema di galateo. È, piuttosto, un problema di conoscenza. Quella che costa fatica, e tempo. Quella che viene dalla ricerca, sulla quale investire, e che – a sua volta – ha l’onere della divulgazione, per non rimanere sterile e autocelebrativa.

Un bell’esempio di ricerca e divulgazione ci viene dal Giappone e dal partenariato con la Calabria e la Sicilia che ne è scaturito.

Un lavoro di rilievo internazionale, mai realizzato prima, che dovrebbe far brillare i riflettori sin d’ora: parliamo della ricostruzione a mano dei capolavori di Riace in corso in Giappone.

I BRONZI RICOSTRUITI IN GIAPPONE

La pandemia ha rivelato un gap ancora tutto da colmare per i musei italiani: la lentezza nella digitalizzazione delle collezioni, i pochi fondi stanziati e i ritardi nella pubblicazione scientifica e la divulgazione di restauri, ricerche e scavi; la “qualità” dell’offerta e della fruizione che, al netto dei numeri dei visitatori, crei consapevolezza e rispetto.

Anche i vituperati dati, d’altra parte, un allarme lo lanciano, se è vero che nel 2019 (cioè quando l’idea di una pandemia che ci travolgesse tutti era data alle stesse probabilità di uno sbarco alieno) nei musei calabresi si registrava un crollo del 14% delle visite (siti statali, fonte Mibact).

Cosa abbia a che fare questo con il Giappone e lo studio sui Bronzi di Riace è presto detto.

Il governo giapponese stanziava anni fa un finanziamento da quattro milioni di yen (30.000 euro) l’anno per un progetto pazzesco: ricostruire, a mano, i Bronzi di Riace, ripercorrendo le tecniche usate dagli artisti greci e tutto il procedimento, così come fatto in antico.

È, quella giapponese, una operazione non solo originalissima ma davvero entusiasmante per un approccio scientifico – ma anche fortemente antropologico – alle nostre opere d’arte.

Quelle opere non sono cadute giù dal cielo per farci beare, ma rappresentano l’essenza della nostra storia, dell’evoluzione delle tecniche, del progresso, del genio e dell’inventiva dell’essere umano: in una parola l’essenza della nostra identità.

Questo esperimento, in breve,  potrebbe far ritornare protagoniste le due opere nel panorama scientifico internazionale. Tuttavia il governo giapponese ha fatto quanto poteva e adesso, per proseguire la ricerca, servono fondi, sostegno, partenariati.

Questi ultimi non mancano, per la verità: il progetto, nato negli atenei giapponesi grazie al prof Hada Koichi (gli studiosi arrivati a Reggio Calabria con un team di ricerca sono Koichi Hada, dell’Università cristiana internazionale di Tokyo, e Takashi Matsumoto, storico e scultore dell’ateneo della Arti di Musashino), è stato “sposato” dal Ministero per i Beni culturali, dal Museo di Reggio col direttore Carmelo Malacrino e dall’Università di Messina, grazie al prof Daniele Castrizio – ma ha anche bisogno di sostegni economici per arrivare in porto.

L’APPELLO E L’OBIETTIVO

 “Siamo sempre più convinti che solo ripetendo a mano tutto il procedimento – ci aveva detto il prof Hada due anni fa in riva allo Stretto- così come gli artisti greci fecero duemilacinquecento anni fa, possiamo davvero scoprire il segreto della loro fattura (ne parlammo qui ) . E anche questi ultimi anni ci hanno rafforzato nella convinzione che la tecnica usata per la loro realizzazione sia quella indiretta”.

Ora si lavora al prossimo convegno sulla bronzistica, insieme al prof Daniele Castrizio e al direttore del MarRc Carmelo Malacrino ma, soprattutto, si cerca il modo di proseguire il progetto giapponese per portarlo a conclusione. Per questo, come già il prof Hada aveva sottolineato, l’obiettivo resta ‘Finire le statue per i 50 anni dalla scoperta, nel 2022’, ma – aggiungeva –  per questo serve adesso trovare fondi per renderlo possibile. La nostra speranza è quella che in Europa e in Italia nasca un interesse per questo progetto, che altrimenti sarebbe costretto a fermarsi”.

Insomma, i Bronzi di Riace restano due star di primo piano amate per il loro passato, ma decisamente bisognose – e questo vale per tutte le opere d’arte – di conoscenza e di futuro.

Per questo, sin d’ora nel 48esimo dei Guerrieri appena trascorso, il  2022 dovrebbe essere messo in agenda da più soggetti possibile, perché quando queste meraviglie compiranno i loro 50 anni non ci si limiti alla celebrazione e alla candelina ma si possa festeggiare un passo avanti nella conoscenza, con gli occhi del mondo puntati su nuove e importanti scoperte da divulgare.

A studiare si può cominciare sin d’ora: il prof Daniele Castrizio ha appena pubblicato un nuovo, dettagliato lavoro, ben recensito dal Corriere della Calabria (qui) e che offre moltissimi spunti e studi per meglio conoscere e apprezzare i Guerrieri.

Dal Giappone all’Italia

Istat: “Solo un museo statale su dieci ha un catalogo scientifico digitale”

Riparliamo oggi del progetto in corso all’altro capo del mondo perché colpisce che il governo Giapponese investa milioni di Yen (200.000 euro in totale per gli anni 2011-2018) per studiare e riprodurre a mano i Bronzi di Riace mentre in Italia un sondaggio Istat riveli che la digitalizzazione del patrimonio italiano è rimasta al palo.

“In base al censimento del 2018 – è l’esito della ricerca Istat – un museo a titolarità statale su dieci (11,5%) dispone di un catalogo scientifico digitale delle proprie collezioni; di questi, soltanto il 20,8% ha digitalizzato tutto il materiale e soltanto il 6,1% ha reso accessibile il catalogo online. Vanno meglio la comunicazione e l’informazione online: il 43,7% ha un sito web dedicato e il 65,9% possiede un account sui più importanti social media”.

Quanto ai dati sul crollo dei circuiti culturali a causa del Covid, l’Istat delinea uno scenario ormai noto e catastrofico: “Si stima – ricordiamolo – che l’emergenza sanitaria e il relativo lockdown che ha chiuso i musei in tutta Italia abbia causato, tra marzo e maggio 2020, una mancata affluenza di quasi 19 milioni di visitatori e un mancato incasso di circa 78 milioni di euro. Nello stesso trimestre dello scorso anno le strutture museali statali avevano registrato oltre 17 milioni di visitatori, realizzando introiti lordi per 69 milioni di euro”.

 

Ma non tutta la colpa è della pandemia

I siti statali della Calabria a -14% già nel 2019

 

Non è soltanto colpa del Covid se i ritardi si accumulano e anche i musei vanno giù. Inutile dire che la pandemia ha inferto un colpo mortale alla fruizione dei beni culturali, ma per altri versi ha reso semplicemente più evidenti ritardi e problemi già esistenti.

Se andiamo, infatti, a guardare bene i dati delle visite nei musei italiani nel 2019, rispetto al 2018, se ne ricava un panorama che lascia perplessi.

Rimanendo nel nostro territorio, troviamo ad esempio che la  Calabria  ha segnato nel 2019 il 14,10% dei visitatori, il  -10,06% degli introiti lordi e il -10,77% degli introiti netti, la Campania (che subito dopo la Calabria è la regione che ha perso di più)  il -12%.

In Calabria nel 2018 si sono registrati  169.454 paganti e 328.778 non paganti, per un totale di 498.232 ingressi, che hanno portato in cassa 920.820,00 di euro lordi e  774.048,23 netti.

L’anno scorso i visitatori paganti sono stati 144.951 (-24503), 283.010 non paganti (meno 45.768) per un totale di  427.961 ingressi, cioè in un anno in Calabria si sono persi 70.271 visitatori. Gli introiti lordi del 2019 sono stati  828.155,00 euro e i netti 690.668,16.

In definitiva il -14,10% degli ingressi, il -10,06 degli introiti lordi e il -10,77 degli introiti netti.

Vista la pandemia arrivata nel 2020, saranno questi i dati di riferimento ancora per molto tempo, perché gli ultimi raccolti in epoca di “normalità”.

Quanto al Museo di Reggio Calabria, che custodisce i Bronzi di Riace, nel 2019 questo ha perso 13.130 visitatori paganti e oltre 118.000 euro di introiti lordi. A salire nel 2019 – rispetto all’anno precedente – sono stati i visitatori non paganti (più 14.447).

Nel 2019 si sono registrati a Palazzo Piacentini ingressi per 87.514 paganti, 139.507 non paganti, in totale 227.021 visitatori per 601.134 euro di introiti lordi e 519.980 euro netti.

Nel 2018 si erano  avuti 100.644 paganti, 125.060 non paganti, 225.704 il totale , 719.495,00 di introiti lordi e  622.363,18 euro di introiti netti.

Di fatto al Museo di Reggio i visitatori hanno un saldo positivo di 1317 unità, perchè i paganti scesi sono stati compensati dai non paganti che invece sono aumentati.

Quanto alla Calabria, entrando nel dettaglio dei numeri ufficiali del Mibact pubblicati a fine luglio, e prendendo in considerazione i siti statali a pagamento, troviamo che il sito di Scolacium ha perso l’anno scorso 2.686 visitatori, (furono 14.649 nel 2018 3 11.963 nel 2019), Sibari ne smarrisce 7.939 (12.684 ingressi contro i 20.623 del 2019). Crotone, Museo nazionale archeologico, va giù di 4.386 fermandosi nel 2019 a 16.098 biglietti e Locri (che nel 2019 vede conteggiati separatamente il circuito archeologico, il parco e il Museo del territorio) fa in totale l’anno scorso comunque meno dell’anno precedente: meno 5008 visite con 17.270 ingressi nel 2019 e 22.278 nel 2018.

Crescon:o il museo Archeoderi di Bova Marina, affidato a una cooperativa (da 589 arriva a 1244), la Cattolica di Stilo (+215) con un totale di 30.662 l’anno scorso, e il Museo Archeologico Vito Capialbi di Vibo che mette a segno un più 5209, passando dai 18.854 del 2018 ai 24.063 del 2019. Scende infine Kaulon, che perde nel 2019, rispetto all’anno precedente, 1282 visitatori, conteggiando 5020 visite.

Come già detto, l’intera Calabria   perde (conteggiando anche i siti a ingresso gratuito che qui non abbiamo menzionato) il 14% dei visitatori.

Allargando infine lo sguardo all’Italia intera colpiscono, poi, i dati dei trend mensili: in Italia, d’estate (e a dicembre), si sono abbattute le visite ai luoghi della cultura (dati 2019):

Gennaio   7,72

Febbraio   5,87

Marzo   5,93 (in questo mese abbattimento introiti lordi -19,53 e netti  -21,58)

Aprile   -3,69   

Maggio   2,35  

Giugno  -7,24   

Luglio   -2,17   

Agosto   -5,25   

Settembre   -4,04   

Ottobre   -1,08   

Novembre   3,25  

Dicembre  -4,76   

“Colpa dei temporali estivi”, si proferì dai corridoi Mibac(T) a chi faceva notare questa anomalia. Con una nota a margine alle tavole pubblicate il 27 luglio il Ministero insiste: “Nel 2019 i visitatori del Parco di Capodimonte – Napoli sono notevolmente diminuiti a causa delle diverse chiusure verificatesi nel corso dell’anno per motivi climatici”. Ma metterli in sicurezza no? (Sibari docet).
©La riproduzione è riservata

Si ringrazia il prof Koichi Hada per la concessione d’uso delle fotografie

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