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Convenzione di Faro: il 23 settembre voto in aula. Anni per riconoscere il patrimonio culturale “diritto” (e dovere) di comunità

12 Set 2020 | Cultura e Società, Europa

Troppi rinvii per un testo rivoluzionario. Nell’appello del Fai tutte le ragioni per non temporeggiare più

“Nuovo rinvio per la Convenzione di Faro alla Camera. L’aula di Montecitorio ha deciso di far slittare al 23 settembre (sarà il primo punto all’ordine del giorno) il seguito dell’esame del provvedimento e il voto finale, previsti per oggi, sul trattato internazionale del Consiglio d’Europa sul patrimonio culturale”. Titolava così AgCult qualche giorno fa sottolineando l’ennesimo rinvio di una ratifica che l’Italia continua a procrastinare da anni.

“Alla base della decisione – secondo quanto apprende AgCult da fonti parlamentari – ci sarebbe il timore di non raggiungere il numero legale al momento della votazione. “Viste le intese intercorse tra i rappresentanti di tutti i gruppi – ha annunciato in aula il presidente di turno Fabio Rampelli – il seguito dell’esame del provvedimento si intende rinviato alla seduta di mercoledì 23 settembre nella quale sarà collocato come primo argomento all’ordine del giorno”. 

Già il Fondo Ambiente Italiano aveva lanciato un appello nel novembre scorso affinché si giungesse, pur con estremo ritardo, a rendere operativa una Convenzione – sottoscritta dall’Italia nel 2013 –  “testo davvero rivoluzionario sulla tutela del patrimonio culturale, e in linea con lo spirito dell’articolo 9 della nostra Costituzione”.

LA STORIA

Il Fai ripercorreva le vicende di questo testo che pone il patrimonio culturale in primo piano, quale diritto fondamentale dell’uomo.

“Nell’ormai lontano 27 ottobre 2005 nella città portoghese di Faro fu presentata la “Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società”. Dopo otto anni, l’Italia l’ha sottoscritta nel 2013. Ora il Parlamento italiano sta finalmente per ratificarla, al termine di un percorso alquanto accidentato anche in questa legislatura, dopo i tentativi fatti già nella precedente. Il testo è stato approvato di recente a larga maggioranza nell’Aula di Palazzo Madama con 147 voti favorevoli, 46 contrari e 42 astenuti (a favore M5S, Pd, Iv, Leu, contraria la Lega, astenuta Forza Italia). Il testo, pertanto, è stato trasmesso alla Camera per la seconda lettura”.

Dallo scorso autunno si è arrivati (unica giustificazione la pandemia) a un nuovo autunno, ed ancora si registra un rinvio. Inaccettabile, se si pensa che nel frattempo – ricorda ancora il Fai – la Convenzione è stata sottoscritta da 24 paesi membri del Consiglio d’Europa ed è stata ratificata da 18 Paesi: Armenia, Austria, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Finlandia, Georgia, Lettonia, Lussemburgo, Montenegro, Norvegia, Portogallo, Moldova, Serbia, Slovacchia, Slovenia, ex Repubblica Jugoslavia di Macedonia, Ucraina e Ungheria. Si attende ancora la ratifica di Albania, Belgio, Spagna, Bulgaria e San Marino, oltre all’Italia. Tra i paesi che non hanno né firmato né ratificato ci sono, fra gli altri, alcuni paesi importanti come la Francia, la Germania, il Regno Unito e la Federazione Russa.

COSA DICE LA CONVENZIONE

“La Convenzione di Faro presenta notevoli caratteri di novità – faceva ancora notare il Fai –  a partire dalla stessa concezione del patrimonio culturale, che nella legislazione italiana, erede delle norme definite nel corso del Novecento e in particolare nella Legge 1089 del 1939, è ancora oggi legata alla centralità delle “cose”. Si introduce, infatti, una visione estremamente più ampia di patrimonio culturale, inteso come «un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione» e soprattutto affida uno specifico ruolo, una grande responsabilità e un protagonismo prima impensabile alle “comunità patrimonio”.

È questa la portata rivoluzionaria del testo: le comunità patrimonio sono «un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici del patrimonio culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future» (art. 2).

Un vero e proprio capovolgimento di prospettiva, che dà ruoli e funzioni a ogni cittadino, alle comunità, un passaggio dal “diritto del patrimonio culturale” (nel quale il nostro Paese ha una lunga e gloriosa tradizione) al “diritto al patrimonio culturale” (nel nostro Paese ancora tutto da affermare)”, scrive il Fai.

Aggiungendo: “Non sono più, cioè, solo gli specialisti, i professori e i funzionari della tutela a doversi ritenere gli esclusivi responsabili (a volte addirittura proprietari) del patrimonio culturale, ma sono tutti i cittadini, le comunità locali, i visitatori ad assumere un nuovo ruolo nelle attività di conoscenza, tutela, valorizzazione e fruizione. Non si escludono – sia ben chiaro – gli specialisti e i professionisti, come affermano alcuni oppositori. Ma si affida loro un nuovo e più impegnativo ruolo nella società contemporanea, nel rapporto con le “comunità di patrimonio”, con l’associazionismo, con la cittadinanza attiva. Si sottolinea, infatti, che

«chiunque da solo o collettivamente ha diritto di contribuire all’arricchimento del patrimonio culturale» (art. 5)”.

L’Italia è in ritardo e adesso non c’è più tempo da perdere.

Nel 2018, a Strasburgo, sull’argomento intervistammo su queste colonne Silvia Costa, eurodeputata di Socialisti e Democratici e già a capo della Commissione cultura europea, che ci illustrò dati, opportunità e strategie con un occhio al Sud e alla Calabria in chiave europea.

SI parlò di “Una “Nuova narrazione dell’Europa”, ad evocare una storia”. Una storia della quale ancora, forse, non c’è piena consapevolezza. “Centrali devono essere le nuove generazioni – insistette Costa –  Lo dice la famosa Convenzione di Faro (che noi abbiamo firmato come Italia ma che dobbiamo ancora ratificare, primo impegno che deve prendere la prossima legislatura – era il 2018 –  come anche altri Paesi che devono ancora ratificarla) che crea un principio fondamentale: il diritto al patrimonio culturale, e il ruolo delle “comunità di patrimonio” che devono essere più attive e consapevoli nel prendersene cura e nella gestione della partecipazione. Questo è stato un lavoro che abbiamo fatto su indirizzo del parlamento e che oggi sta prendendo corpo: abbiamo fissato come priorità l’educazione al patrimonio per le nuove generazioni, che è la forma di tutela più efficace con l’obiettivo ulteriore di avere fruitori più consistenti garantendo loro un maggiore accesso ai beni culturali”.

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