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Capaci e resistenti. Intervista a Marcelle Padovani

22 Mag 2021 | Cultura e Società

da Treccani

Intervista a Marcelle Padovani

Sono passati esattamente 30 anni dalla pubblicazione di Cose di Cosa nostra, edito da Rizzoli, un libro-intervista, un’analisi del fenomeno mafioso consegnato da Giovanni Falcone alla giornalista Marcelle Padovani.

Un libro epocale in cui il magistrato del maxiprocesso che ha trascinato i capimafia in tribunale ci ha illustrato, insieme alle sue analisi e ai suoi stati d’animo, la mafia con i suoi protagonisti, le sue regole e i suoi meccanismi, le modalità di affiliazione, il potere che le deriva da attività illecite, strategie di intimidazione e rapporti con la politica, l’economia e la società intera.

Una ricorrenza che cade nel mezzo di una pandemia che ci ha sconvolto le vite e costretti a fare i conti con la nostra dimensione personale, familiare e pubblica.

Ne parliamo con la corrispondente da Roma per Le Nouvel Observateur, la giornalista francese alla cui saggia e brillante penna sono state affidate le parole pensate, pesate e pesanti di Giovanni Falcone. A lei che conosce così profondamente il nostro Paese, che lo ha girato e che continua a girarlo in lungo e in largo. La incontriamo spesso nelle scuole dove porta agli studenti quella testimonianza straordinaria ed irripetibile, rilasciata tra marzo (quando Falcone, dopo 11 anni in trincea a Palermo, fu nominato direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia a Roma) e giugno 1991. 

Il libro che voleva essere anche un bilancio tra un incarico e un altro, scritto in quel “tempo sospeso” che precedette di poco la “strage di Capaci” (23 maggio 1992), diventa una testimonianza storica; quelle analisi si trasformano in un passaggio di testimone alle nuove generazioni che vogliono lottare contro le mafie. Un libro di straordinaria attualità, non una elencazione di successi, un esercizio trionfalistico, un’autocelebrazione, ma un’analisi che affronta le conquiste e gli errori nella lotta alla mafia, che ci lascia segnali importanti per poter interpretare meglio il futuro.

Sono passati 29 anni dalla strage di Capaci, l’attentato che costò la vita a Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo (47 anni) e agli uomini della sua scorta, Vito Schifani (27 anni), Antonio Montinaro (30 anni) e Rocco Dicillo (30 anni). Falcone aveva compiuto 53 anni da cinque giorni.

Il timore è che l’impegno e il sacrificio dei servitori dello Stato caduti per mano della mafia possano essere dimenticati. Occorre che la reazione sociale non si esaurisca ad un fatto emotivo legato ad un ricordo, un anniversario, ad una bella e importante giornata della memoria da celebrare una volta all’anno. D’altra parte, gli strumenti di repressione da soli non possono essere la soluzione per problemi che nascono e si sviluppano, invece, in assenza di lavoro, di investimenti culturali, economici e politici. Andare nelle scuole per incontrare gli studenti può diventare allora una vera e propria missione, un impegno morale, un ritorno ad una militanza politica che ci consenta di portare lì, in orario scolastico, le migliori testimonianze, l’esempio e, con loro, la speranza. Per provare a contribuire alla crescita culturale e politica delle nuove generazioni, per sollecitare, insieme ad una chiara e consapevole scelta di campo, un loro impegno nuovo e fresco che punti alla custodia, alla manutenzione ed alla promozione di questa importante memoria che non può rimanere patrimonio solo dei protagonisti o degli spettatori di quella stagione.

Marcelle Padovani, a 30 anni dalla pubblicazione di Cose di Cosa nostra vorrei partire dalla fine, dalla chiusura del libro, dall’ultima frase di Giovanni Falcone: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere». Il magistrato si riferiva agli omicidi politici di Mattarella, Reina e La Torre, ma dopo un anno sarebbe stato ucciso anche lui nella strage di Capaci. Con il senno di poi pensa che parlasse anche di sé?Clicca qui per continuare

Ph da pagina Facebook Treccani

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