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Mezzo secolo fa, a Reggio Calabria, la manifestazione “Nord e Sud uniti nella lotta”

29 Nov 2022 | Politica

Correva l’anno 1972 ed è passato mezzo secolo da quando più di 50 mila persone, provenienti da tutta Italia, parteciparono alla manifestazione sindacale unitaria di Reggio Calabria intonando lo slogan “Nord e Sud uniti nella lotta”. Era la risposta democratica alla rivolta scoppiata nella città dello Stretto nell’estate del 1970, una guerra civile durata circa 8 mesi, con scontri, barricate, attentati, bombe, morti e feriti, esplosa dopo la scelta di Catanzaro capoluogo della Regione che venne interpretata dai reggini come un’offesa, una provocazione, una prevaricazione, uno “scippo”. Era il 14 luglio 1970 quando, al grido di “Boia chi molla”, partirono i “moti di Reggio Calabria”. L’estrema destra seppe cavalcarli, da un lato, cercando di farsi identificare come rappresentante degli interessi delle popolazioni territoriali in lotta; dall’altro, attraverso la strategia della tensione (il 22 luglio 1970, intorno alle 17.10, a Gioia Tauro una bomba fece deragliare il treno Freccia del Sud, partito dalla Sicilia e diretto a Torino, provocando 6 morti e 67 feriti; il 4 febbraio 1971, a Catanzaro, una bomba fatta esplodere all’interno di un corteo antifascista provocò un morto e diversi feriti). Alla fine della rivolta si conteranno 11 morti tra manifestanti e forze di polizia. Il primo a cadere fu Bruno Labate, ferroviere iscritto alla CGIL. Un segnale, a parere di alcuni, di come almeno in origine il popolo in lotta non fosse solo quello fascista. Anche l’orientamento politico della città, fino a quel momento, non era stato fascista. Le elezioni comunali che anticiparono lo scoppio dei moti avevano consegnato alla DC il 33% dei consensi, al PCI il 22%, al PSI il 14%, mentre il MSI si era fermato al 9%.

Durante i moti i partiti si divisero, anche al loro interno. La DC locale (guidata dal sindaco Pietro Battaglia che, pur prendendo le distanze dalle forme di violenza, aveva infiammato gli animi con il suo Rapporto alla città) sosteneva la causa di Reggio capoluogo. Il PSI e il suo segretario nazionale, Giacomo Mancini, insieme al democristiano Riccardo Misasi, entrambi di Cosenza, avevano supportato la “designazione” di Catanzaro e venivano accusati di tradimento dai rivoltosi perché considerati gli ispiratori dello “scippo”. Per il PCI e la CGIL i moti erano populisti e fascisti. Per questo le sedi del partito e del sindacato vennero prese d’assalto e, per difenderle, dirigenti e militanti le presidiarono giorno e notte, a rischio della loro vita. Pietro Ingrao, durante un comizio in città, subì una dura contestazione. Il MSI riuscì, invece, a conquistare la città grazie soprattutto al suo nuovo leader Ciccio Franco ‒ al tempo anonimo sindacalista della CISNAL (Confederazione Italiana Sindacati Nazionali Lavoratori) ‒ che, al grido di “Boia chi molla” e schierandosi apertamente contro lo “scippo”, si ritrovò ad essere difensore dei reggini e condottiero riconosciuto della rivolta. Le elezioni seguenti lo premiarono: fu senatore del MSI con il 36,2% dei voti.

A febbraio del 1971, per sedare la rivolta, il presidente del Consiglio, Emilio Colombo (esponente di spicco della DC), portava in Parlamento il cosiddetto “Pacchetto per la Calabria” o “Pacchetto Colombo”. Con esso, arrivò anche una suddivisione fantasiosa ed originale delle sedi e della collocazione del potere politico-istituzionale nella Regione: giunta a Catanzaro, consiglio a Reggio Calabria, università a Cosenza. Il Pacchetto voleva essere una ricompensa per i “torti” subiti da Reggio. Annunciava investimenti in tre aree della provincia: il centro siderurgico a Gioia Tauro, l’industria chimica a Saline Joniche, il Decreto Reggio nella città “scippata”. Il Pacchetto arrivò tra la diffidenza e la sfiducia generale. I reggini avrebbero preferito il capoluogo, gli uffici della Regione significavano occupazione stabile, con garanzie, diritti e lo stipendio a fine mese. Non era una questione di “pennacchio”. Chi strumentalizzava i rivoltosi sapeva di soffiare sul fuoco della disperazione e della fame di lavoro. Oggi sappiamo che, insieme alle coltivazioni distrutte per far posto ai nuovi investimenti, andarono perse anche le promesse di rilancio industriale. A memoria di quelle incompiute rimangono il fumaiolo di Saline e il porto di Gioia che doveva servire per collegare quel Sud al resto del mondo, ma rimane uno scalo isolato, in una città isolata, in una regione isolata.

E il 23 febbraio 1971, i carri armati dell’esercito demolirono le barricate. I moti di Reggio si conclusero lì. La città era stata riconquistata e i “Boia chi molla” erano stati sconfitti.

La grande conflittualità di quella fase non consentì un’analisi completa di quanto accaduto. Così, la rivendicazione di “Reggio capoluogo” contro la “designazione” di Catanzaro venne sottovalutata e declassata ad una “questione di campanile”. A distanza di mezzo secolo, i conti con quella storia non sono stati completati e si continua a far fatica a comprenderne la genesi e gli sviluppi. E non si tratta di una storia da consegnare agli studiosi ed agli storici, ma soprattutto alla politica. Non a caso la CGIL di Reggio Calabria e regionale con il suo archivio storico nazionale e le categorie nazionali, regionali e territoriali di FILLEA (Federazione Italiana dei Lavoratori del Legno, dell’Edilizia, delle industrie Affini ed estrattive), FLAI, FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) e SPI (Sindacato Pensionati Italiani), si sono date appuntamento nei giorni scorsi per approfondire e raccontare la manifestazione del 22 ottobre del 1972, la prima vera risposta politica alla “rivolta di Reggio”. La città che si affaccia sullo Stretto, nell’autunno del 1972, fu la sede scelta per una importante manifestazione nazionale dei sindacati dei metalmeccanici, degli edili e dei braccianti di CGIL, CISL e UIL. Era la “Vertenza per il Mezzogiorno”, una manifestazione unitaria in cui giocò un ruolo fondamentale il rapporto tra PCI e CGIL.

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