Gentiloni, l’inesperto primo ministro italiano, si è incaponito a voler parlare di “sbarchi” – che non è neanche il suo argomento, perché di suo preferisce la montagna al mare – mancando di sensibilità e creando non poco imbarazzo tra i grandi, che avrebbero preferito un luogo più appropriato di Taormina per affrontare tale questione senza mancare di rispetto a chi lascia il suo paese su un barcone per dare un futuro ai propri figli.
Per fortuna, in mezzo a tanti leader, una soluzione per uscire dall’imbarazzo si finisce per trovare e si riesce sempre a trasformare una criticità in opportunità: si è deciso che la questione sarà affrontata nel prossimo G7, che si terrà in un luogo più adatto: a Montecarlo.
Aveva ragione Pasteur: il caso aiuta le menti preparate. E’ questa la decisione più importante del summit, finora.
E’ stato Trump – si sussurra a Palazzo Chigi, dove da anni c’è gente che sussurra per non disturbare la gente che lavora negli uffici (parlare a voce alta non è educazione) – a suggerire Montecarlo, ricevendo gli sguardi ammirati che sempre si riservano a chi sa dare speranza ai disperati. Rajoy, il primo ministro spagnolo, era già teso all’idea di dover chiedere alla moglie di accompagnarlo in Tibet a discutere del buco nell’ozono tra i bonzi.
“Montecarlo sa come trattare i suoi migranti e rappresenta un modello per tutti”, ha detto Trump per convincere i dubbiosi, convincendoli subito. “Anche lì sbarca un sacco di gente per sfuggire a ingiuste persecuzioni, ma sbarca su velieri, senza sporcare e senza infastidire gli abitanti del luogo pretendendo che gli si metta in piedi una tendopoli. Anzi, è tutta gente che non vede l’ora di rispettare le leggi del Paese, di rispettare i costumi locali e di trovare un alloggio a equo canone”.
Ma a Montecarlo dove, vi chiederete?
Il prossimo G7 si dovrebbe svolgere sullo yacht di Briatore, amico di Trump, ormeggiato per l’occasione a port Hercule. Parlando di sbarchi in barca si vuole dare un segno di attenzione forte a chi è più sfortunato di noi. I meeting saranno informali, in costume da bagno, che c’è gente a questo mondo che non ha di che vestirsi. Melania ed Elisabetta saranno in costume intero, per solidarizzare con la Merkel, il cui marito non vuole che indossi il bikini davanti a Macron.
Il primo ministro giapponese Shinzō Abe, pur condividendo la proposta di Trump, non si è trattenuto dal sussurrare a Trudeau, primo ministro canadese (che sarà molto figo in costume da bagno): “Speriamo che lo yacht a Briatore non glielo sequestri di nuovo la Guardia di Finanza di Genova, sennò restiamo in costume sul molo”.
Ma come fanno in Giappone a sapere queste cose? Avranno una intelligence che funziona meglio del Copasir, ma sono solo ipotesi le mie.
Il chiacchiericcio nippo-canadese è arrivato all’orecchio di Trump che, invece di far finta di non sentire come fanno i pavidi, ha affrontato ancora una volta la questione da par suo: “Se succede qualcosa del genere, ci parlo io col maresciallo e lo faccio dissequestrare per motivi di stato”.
Gentiloni, che frequentando i vertici sta maturando esperienza a vista d’occhio, ha pensato bene di cogliere l’occasione per suggerire un secondo argomento per il G7 di Montecarlo prossimo venturo: la questione “Guardia di Finanza”. Ecco le sue parole:
“E’ proprio necessario che i Paesi del G7 abbiano una Guardia di Finanza? A che serve avercela se ostacola i summit e impedisce che si affrontino i dolorosi problemi del nostro mondo come quello dei migranti? Vuole bene la Guardia di Finanza ai clandestini? Oppure si ostina a pensare ai fatti suoi incurante del fatto che centinaia di disperati muoiano di stenti sulle spiagge della Libia?”.
Dovevate vederlo, sembrava Malcom X.
Trump, con le lacrime agli occhi alle parole di Gentiloni, era quasi sul punto di denunciare la Guardia di Finanza ad Amnesty International. Per fortuna sono arrivati due picciotti con i carretti siciliani e i leader si sono inerpicati per Castelmola trainati dai somari, chiacchierando con i passanti di relativismo morale, della perdita dei valori e della crisi della post-modernità.
Peccato.
