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#seguilacultura. "Traguda", il primo cd di Marinella Rodà: "Canto la mia lingua per farla crescere come il pane dal lievito antico"

30 Gen 2016 | Archivio

 

 

“Traguda”, il canto d’amore di Marinella Rodà
nella sua "opera prima"

Ci accade, talvolta, una sorta di straniamento, un sentirsi momentaneamente fuori dal tempo e dal luogo in cui ci si trova. E, per qualche momento, ci sembra che la nostra mente stia fluttuando,  cercando di cogliere suoni e profumi lontani, persi nella memoria.

Ci pare di vedere nodosi ulivi secolari e sentire in lontananza campanacci dondolare lenti al collo di pecore e mucche al pascolo. E una voce, una voce antica ci soccorre per fornirci almeno una indicazione di luogo e di tempo.

Un canto leggero, parole che cerchiamo di comprendere  senza che siano il nostro linguaggio quotidiano, ma delle quali ravvisiamo una conoscenza, una assonanza che non ci è totalmente sconosciuta.

E’ il nostro passato, o di quelli prima di noi, che si fa rivedere tra stracci di nuvole e paesaggi agresti, il passato che ci viene portato in dono da chi ancora lo vive e lo comprende. Marinella Rodà questo regalo lo propone da tempo, con discrezione, con l’atteggiamento di chi sa di non dovere abusare di una conoscenza che può, come quella degli alchimisti d’un tempo, trasformare in oro le piccole cose: parole, musiche, pietre e scialletti sulle spalle.

Utilizza quello che i puristi chiamano vernacolo, ma che è in parte il nostro dialetto, la lingua familiare, ed in parte una vera e propria lingua, il grecanico. Lingue che si parlano in casa, tra uguali, e che vanno scomparendo uccise da una omologazione linguistica che, però, non migliora la comunicazione e la comprensione. 

Oggi Marinella Rodà ha finalmente inciso il suo primo CD per potere arrivare, come le è stato consigliato, “dove ancora non è andata”. Contiene alcuni canti in grecanico, a partire dalla sua ben nota “Traguda (Canta)”, ed altri nel dialetto reggino. Sono canti d’amore, lieto o infelice, – e per cosa altro dovrebbe cantare il cuore?- ma vorrei segnalarne uno che è d’amore per la propria lingua, “I glossa dimiku (La mia bella lingua)” e dice di sperare che non si perda la bella lingua che è arrivata tanti anni fa e che adesso è compito dei ragazzi conservare e fare crescere come pane dal lievito antico.

Parole antiche, melodie raccolte in aria, voce chiara e potente che vogliono, devono andare in giro di calabrese in calabrese, di greco in greco .

La recensione è a cura di Giovanni Romeo

 

 

 

 

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