Era l’8 marzo del 2010: 11 anni fa, Paolo Moreno, il grande archeologo scomparso oggi a Roma, era stato invitato dalla Soprintendenza archeologica a Reggio Calabria, per un convegno sui “Grandi Bronzi”, organizzato in collaborazione con la Presidenza del Consiglio regionale.
Erano gli anni del restauro dei Guerrieri, ricoverati all’epoca proprio presso l’Astronave, e che in quei giorni si sottoponevano a esami gammagrafici e videoendoscopici che avrebbero poi portato allo svuotamento quasi totale dalle terre di fusione.
Un evento, avere in riva allo Stretto, uno dei più grandi esperti di bronzistica mai esistiti.
Fu proprio lui, Paolo Moreno, nel far scorrere diverse immagini delle statue, a mostrare anche una foto che ritraeva due copie ad altezza naturale dei Guerrieri, esposti al palazzo dei Congressi di Tebe.
Mai, fino a quel giorno, la notizia – pubblicata all’epoca dal Quotidiano della Calabria – era stata resa nota.
Dopo anni di battaglie contro la cosiddetta “clonazione” delle statue, si scopriva che in realtà due copie perfette già esistevano ed erano esposte nientemeno che a Tebe.
Fu lo stesso Paolo Moreno a raccontarmi chi aveva realizzato quelle opere. Si trattava di Dino Morsani che, quella sera, mi raccontò tutta la storia della creazione dei primi veri cloni dei Bronzi di Riace.
L’Ansa riprese la notizia del Quotidiano della Calabria così: “Secondo quanto riportato nell’edizione odierna del “Quotidiano della Calabria”, una copia di uno dei due Bronzi di Riace, riprodotta da Dino Morsani, si trova all’interno del palazzo che ospita il municipio di Ito, in Giappone. Sulla scorta di quanto sostenuto da un sito Internet, la statua in questione, che ritrae il guerriero più giovane, sarebbe stata concessa dal Comune di Rieti alla città giapponese. E’ lo stesso Morsani a dare ulteriori ragguagli spiegando che “fui incaricato dalla soprintendenza calabrese attraverso l’istituto centrale per il restauro e al Ministero ho dovuto fare anche una relazione per spiegare come avrei realizzato le copie. Prima ne ho realizzata una alta ottanta centimetri, che ho io, e ho poi dovuto fornire una relazione più dettagliata quando decisi di fare quelle ad altezza naturale. Quando entravo al Museo di Reggio Calabria la soprintendente Lattanzi faceva una nota in portineria e un foglio di permesso per me. Ho fatto tutto il lavoro all’interno del museo: una copia in plastilina perchè era facilmente trasportabile e poi da quello a Rieti ho fatto il calco in gesso per poi fare la scultura in bronzo con la tecnica della cera persa”.
Morsani mi disse all’epoca che impiegò un intero anno solo per copiare perfettamente i capelli di uno dei Bronzi”. E aggiunse che i capolavori arrivarono in Greci in sostituzione degli originali, per i quali non era stato dato il nulla osta.
Così le copie rimasero a lungo nei magazzini prima di essere finalmente esposte.



