di ANTONIETTA CATANESE
“Far scoprire l’arte di Hokusai nella mia città, dove non c’è mai stato alcun allestimento sul maestro giapponese, sarebbe per me un onore. Gli ho dedicato anni di studio e di ricerca, una tesi di laurea ed una mostra in via Margutta a Roma, dove è stata esposta la mia collezione di Manga originali. Se dovesse esserci questo interesse, in una cornice istituzionale per Hokusai a Reggio Calabria, sarei ben felice di mettere a disposizione le opere”.
Valeria Romeo, reggina, oggi vive a Londra e lavora per quella rivoluzionaria stilista che lanciò nel 1964 la moda della minigonna: Mary Quant.
Prima di trasferirsi nel Regno Unito, ha vissuto per quattro anni a Tokyo dove, dopo la laurea in Scienze Orientali nel 2005, ha lavorato dal 2007 al 2011, ai tempi della “grande scossa”: sei mesi di corso di lingua con raggiungimento del livello avanzato, insegnante di italiano per i giapponesi dal 2008 al 2010, impiegata a contratto all’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo dal 2009, autrice di una guida sulla lingua italiana per i giapponesi.
Ma la più grande, antica passione di Valeria si chiama Katsushika Hokusai: l’inventore del “Manga”, l’immenso artista noto (al grande pubblico) per “La grande onda di Kanagawa” (1832) e che nello scorso settembre, in mostra a Palazzo Reale a Milano, fece registrare un tale boom di ingressi da conquistare la vetta della classifiche degli eventi d’arte più visitati in Italia.
Valeria Romeo può ben considerarsi una autentica esperta del pionieristico e prolifico maestro nipponico.
Ed ora, grazie a lei, Reggio Calabria potrebbe avere questa esclusiva possibilità: un allestimento con oltre venti opere di Hokusai, stanate in giro per il mondo da una famiglia che, come un affiatato branco di segugi, ha negli anni scovato i singoli “fogli” su cui l’artista aveva schizzato le sue famosissime “immagini in movimento”, datate intorno alla metà dell’Ottocento e parte del Volume XII dell’illuminato genio di Edo.
Chiediamo allora a Valeria di raccontarci la sua passione per Hokusai e i suoi manga. E di questa famiglia a caccia delle sue opere.
«E’ una passione che mi ha trasmesso papà. Lui (Giovanni Romeo, architetto e già presidente della Biennale della Arti del Mediterraneo, nda) ha sempre amato il Giappone. Sin da piccola mi faceva praticare lo Zen e mi mostrava opere giapponesi, in particolare quelle di Hokusai. Crescendo, è stato per me naturale scegliere la facoltà di Scienze Orientali. Era un imprinting che mi portavo dentro. E, quando è arrivato il momento di individuare un argomento per la mia tesi, non ho avuto alcun dubbio. A quel punto alle ricerche per la tesi si è intrecciata una vera e propria “caccia al tesoro”».
Dove avete reperito queste opere?
«Mio padre aveva già iniziato a scovare opere di Hokusai, cercandole per antiquari e collezionisti di mezza Europa, e anche mamma non si è sottratta a questa passione familiare. Alla fine la collezione è cresciuta: oltre venti manga originali, sui quali ho scritto la mia tesi e che ho portato in mostra a Roma nel 2006 presso la galleria Monogramma di Roma, con un fascicolo descrittivo delle opere».
Quali Manga fanno parte della tua collezione e quindi della tua ricerca? E perché hai scelto i manga tra le circa 30.000 opere del maestro?
«Perché forse è la produzione meno conosciuta: è una raccolta di schizzi che Hokusai ha fatto per i suoi allievi e per mostrare come disegnare il corpo umano, ad esempio, in diverse pose o in particolari movimenti. Tra i soggetti ci sono animali, architetture, scene di vita. E tutte hanno un messaggio, un particolare significato, una ricerca. Già durante i miei studi universitari mio padre mi aveva regalato una serie di questi manga. In casa, poi, c’erano sempre libri sull’arte orientale, e così ho iniziato a leggere e ad interessarmene. Queste opere erano entrate nel mio immaginario, sin da piccola».
La tesi: come hai impostato questo studio?
«Ho fatto tutto dall’Italia, quando ancora le ricerche si facevano in biblioteca. Non è stato facile far arrivare i testi nel nostro Paese. Ho dovuto ordinare volumi in francese ed in inglese, che ho tradotto da me. E’ stato complicato reperire i materiali. Alla fine, con la mia professoressa di arte giapponese (che mi ha aiutato moltissimo) ho scelto questi venti manga e li ho analizzati».
Quale criterio hai scelto per la selezione?
«Volevo che fossero significativi ed interessanti, sia dal punto di vista rappresentativo, sia rispetto alla storia che Hokusai aveva voluto narrare con quel disegno. Ogni Manga contiene riferimenti alle filosofie orientali, alle figure mitologiche, a scene di vita giapponese. E ho dovuto anche interpretare cosa l’artista avesse scritto a margine di alcuni manga, cosa che non è stata semplice, benché io parli, legga e scriva il giapponese. Alcuni dei caratteri usati dall’artista sono arcaici, ad esempio, o sono nomi di personaggi mitologici, quindi c’è stato sia uno studio che un confronto con la mia docente madrelingua giapponese che mi ha aiutato nell’interpretazione. Insomma, abbiamo dovuto fare anche una indagine strettamente filologica della lingua giapponese dell’800».
Dopo la tesi la mostra a Roma, in via Margutta. Ha avuto successo?
«Sì, molto. Abbiamo realizzato l’allestimento con parte degli originali della mia collezione, che papà negli anni mi aveva regalato, cercando in giro per il mondo. Sono incisioni realizzate da una matrice di legno. Si era agli inizi della diffusione di questa tecnica di stampa. Molti di questi Manga li ha comprati in Svizzera, attraverso la famosa Casa Solomon di Milano. Opere in origine rilegate in fascicoli, ma che spesso i venditori staccavano per venderle singolarmente e quindi ricavarne più denaro. Per questo la ricerca è stata più complessa e anche mettere insieme i manga di un singolo volume».
Cosa hai messo in evidenza dell’arte di Hokusai con questo studio?
«Questi manga, come dicevo, restano la parte forse meno nota della produzione dell’artista. Di Hokusai sono note le grandi opere, e invece per me è stato interessante scoprire questa fase di studio dell’artista: i manga sono divisi per temi. Su questi Okusai si è concentrato per sviscerare varie tecniche di rappresentazione: ad esempio, gli studi sulla collocazione delle figure nello spazio, ma anche la scelta dei luoghi o di particolari contesti da rappresentare, come il mercato, il popolo, la ricerca del dettaglio, che nei grandi quadri non c’è. E poi le storie: dietro ogni manga c’è sempre una storia».
Ad esempio?
«Ad esempio nel manga 19, “Ono no Tofu”: in questa scena Hokusai ritrae il famoso poeta e calligrafo giapponese. Tofu ebbe un ruolo importante nella formazione di uno stile calligrafico tipicamente giapponese e che, precedentemente, era invece molto vicino a quello cinese. Hokusai lo rappresenta con un abito molto elaborato, e ai piedi un paio di alti geta (i tipici calzari in legno) con un ombrello chiuso nella mano destra. Tofu desiderava diventare un bravo calligrafo, ma temeva di non riuscirci. Un giorno (e il manga rappresenta proprio questo aneddoto) si fermò ad osservare una rana che provava instancabilmente a saltare verso i rami di un salice, cadendo ogni volta. Dopo numerosi tentativi, finalmente riuscì a salire. Così Tofu capì che, se si fosse esercitato duramente nella calligrafia, dopo molti fallimenti sarebbe riuscito nel suo intento».
Il Giappone e l’Italia. Come si lavora per mettere in contatto queste due culture così lontane?
«Il Giappone è un luogo molto interessante. Stimolante, direi. Ci vivono molti italiani, sia professionisti che studenti, e molti giovani arrivati lì per imparare la lingua. Gli italiani lavorano per lo più nei ristoranti, oppure sono insegnanti di italiano. La lingua italiana è molto richiesta e apprezzata. Molti giapponesi, ad esempio, seguono corsi di lingua italiana prima di venire nel nostro Paese, anche solo per una vacanza. Almeno per muoversi più agevolmente. Molti miei studenti in Giappone erano pensionati in procinto di venire a visitare l’Italia. Hanno una filosofia del viaggio decisamente particolare, amano molto la nostra cucina la nostra arte e le nostre città».
E del Sud Italia cosa hai raccontato ai giapponesi? Conoscono Reggio Calabria?
«No. Anche perché i tour operator propongono per l’Italia il percorso Roma, Venezia, Firenze, Milano… Però ho portato loro alcune guide della città e dei Bronzi di Riace e questo ha suscitato molto interesse: non ne avevano mai sentito parlare».
Sei stata in Giappone fino alla grande scossa del 2011. Che ricordo hai di quel terremoto violentissimo?
«Ero a casa, quando è successo. Vivevo in un palazzo antisismico e questi in caso di scossa si muovono moltissimo, ma non cadono. È stato comunque spaventoso, anche perché io non avevo fatto mai esercitazioni per preparami a questa eventualità. Ho reagito istintivamente: ero abituata alle scosse leggere, che sono frequentissime, ma in quella occasione, una scossa dell’ottavo grado della scala Rickter, lunghissima, con il mondo intero che continuava a tremare mentre uscivo di casa, lo spavento c’è stato eccome. A Tokyo non c’è stato nessun crollo. E una volta fuori mi sono resa conto che la gente aveva aspettato che finisse per uscire all’aperto. Senza eccessivo panico. Papà mi ha subito contatta via skype e si è tranquillizzato. A Tokyo tutto sommato si è ritornati alla normalità abbastanza velocemente».
Dopo il terremoto sei andata via?
«Sono rientrata qui a Reggio Calabria per un paio di settimane. Sono quindi ritornata a Tokyo, ma all’epoca, al di là del sisma, avevo già deciso che era arrivato per me il momento di fare nuove esperienze e così mi sono trasferita a Londra, dove mi occupo di marketing e grafica per la Casa Mary Quant».
Londra e Brexit. È cambiato qualcosa?
«Non è ancora cambiato nulla. Io sono residente a Londra, ed intorno a questa scelta noi stranieri abbiamo sentito che buona parte di questo voto è venuto fuori da una vera e propria propaganda razzista: “Non c’è lavoro e qui vengono a prendere tutto”. C’è stata per un paio di anni, questa campagna al suono di “riprendiamo il controllo dei nostri confini”. Poi, dopo il risultato, invece, è emerso uno strano stupore, come se gli inglesi fossero rimasti increduli rispetto al peso di quel voto e delle reali conseguenze che avrebbe avuto».
Lavorare a Londra. Orari, contratti? Com’è?
«Lavoro dalle 9 alle 17 dal lunedì al venerdì, con contratto regolare e a tempo indeterminato. Sono cose che consolidano la vita! Alcune mie coetanee in Italia mi raccontano storie incredibili: “Lavoro e non mi pagano”. Io non ho problemi simili, ho tutte le tutele che ogni lavoratore dovrebbe avere; nessun ritardo, mai, sullo stipendio».
Come vedi il tuo Paese? Tu che, pur giovanissima, vivi e lavori all’estero ormai da dieci anni?
«Vedo l’Italia come un Paese poco dinamico. Non ho l’esigenza di tornarci e devo dire che all’estero questa è la percezione che si continua ad avere di noi: la cultura del “non mi sforzo”. E per chi vuole crescere e migliorare questa filosofia non è assolutamente stimolante. La mia esperienza all’estero è molto lontana da questa realtà. E finché questo non cambierà non credo che chi ha scelto di vivere fuori penserà mai di rientrarci».
Potresti, un giorno, pensare di rientrare?
«No. Non credo che lo farò».
La riproduzione è riservata
Le foto sono state gentilmente concesse dalla famiglia Romeo
Nell’ordine:
– Il catalogo della mostra a Roma
– La mostra in via Margutta a Roma, Valeria con la mamma
– Valeria Romeo a Londra con il papà
– Il manga di Tofu
– Immagini tratte dal catalogo
della collezione privata di Valeria Romeo
– Le guide di cui è autrice Valeria Romeo
– Alcuni noti capolavori di Hokusai
