di ANTONIETTA CATANESE
Teatro colmo ed entusiasmo alle stelle per l’evento finale che ieri ha incoronato, nel migliore dei modi, una straordinaria ottava edizione di “Reggio in jazz”.
Il live-evento della “leonessa” del jazz, Dee Dee Bridgewater, ha chiuso ieri al top la rassegna dell’associazione Naima al Cilea di Reggio Calabria.
Dopo l’intro con l’energia sferzante della Takabum Street Band, compagna di viaggio delle tre giornate, ad aprire la soirée finale ci ha pensato il pianista reggino Giampiero Locatelli, al suo “Piano solo”.
Un pianista che sceglie per questo speciale appuntamento incursioni nel repertorio più originale di George Gershwin (“le sue composizioni – spiega Locatelli – mi stimolano sempre per la loro genialità e per la traccia melodica che non sconfina mai nel melodramma”), per poi chiudere con le proprie composizioni, autentiche perle di tecnica e creativa capacità di esprimere sul piano il proprio personalissimo tratto da compositore.
Un pre-live che ben ha preparato la adrenalinica attesa della “signora del Jazz”.
Dopo i saluti ed i ringraziamenti di Peppe Tuffo e Tony Maida, indirizzati ieri sera in modo particolare alla “squadra” dell’associazione Naima in tutte le sue componenti (e ricordando il tandem con Unicef e la destinazione di parte dei ricavi all’istituto benefico di San Domenico), le luci si sono abbassate.
Un pianoforte, un tavolino da night-club, fiori freschi bianchi in un vaso di cristallo, un ventaglio nero poggiato vicino ad un calice. Accanto al pianoforte, uno sgabello in velluto rosso e un contrabbasso.
Tutto è pronto per “lei”. E lei, che è la storia del jazz, arriva sul palco come un vento fresco e sferzante.
E sul suo “Ciao Reggio Calabria!” la platea già si infiamma.
Occhiali rosso fuoco, cappello nero, completo porpora e nero, a quadri: Dee Dee Bridgewater si mostra con lo smalto di sempre. Forse anche di più.
Una travolgente pantera da palcoscenico che mostra tutta la propria irresistibile grinta. Con lei Theo Croker, trombettista e direttore d’orchestra, ed i suoi (giovanissimi ma esperti) "Dvrk Funk": Eric Wheeler al basso, Kassa Overall alla batteria, Anthony Ware a flauto e sax tenore, Sullivan Fortner al piano. Una band di punta che mostra da subito di meritare quel posto, accanto all’ultima diva del jazz.
Si parte subito con verve: un “Afro blue” che fa spellare le mani ad un pubblico a dir poco scalpitante, con i musicisti caricati al massimo dalla loro leader.
La voce di Dee Dee saetta come una scarica elettrica: potente, adamantina, immensa. Con una energia contagiosa e quasi incredibile, per sicurezza e vivacità. Una forza della natura che si sprigiona in ogni brano: da “Love for sale” a “Save your love for me”, passando per “I can’t help it” e arrivando a una fantastica “Love from the sun”, con Dee Dee libera di “giocare” con i suoi musicisti e con il suo pubblico, forte di un carisma inimitabile e di una voce che non conosce demarcazioni e confini.
Dee Dee che balla, che salta sul palco, che dialoga col pubblico e non lesina frecciate al neopresidente Trump.
Dee Dee che accende. Dee Dee che incanta.
In un gioco metateatrale,che trasforma il palco in una sala da night, con la singer seduta al proprio tavolino, sullo sgabello di velluto, ora a cantare da protagonista della scena fino a mettersi da parte, quasi a fare da spettatrice, lì sul palco, sorbendo dal suo calice un drink e seguendo i suoi fantastici musicisti impegnati in equilibrismi da vertigine, su assoli strepitosi e virtuosismi irripetibili.
Come quando Sallivan Fortner cerca con le mani tutte le armonie possibili dei piani e dei forti, percuotendo fin dentro la pancia il suo strumento.
O nelle volute di Kassa Overal, che alla batteria suona con tutto il corpo, “addomesticando” le pelli con i gomiti o usando le bacchette come puntatori pronti a scegliere il miglior timbro possibile su piatti e rullante. Eric Wheeler al contrabbasso sembra avere venti mani mentre strappa, gigante quanto il suo strumento, note su note come petali da un fiore.
E con Anthony Ware, a flauto e sax tenore, c’è sempre lui, deus ex machina di tanto equilibrio armonico: un immenso Theo Crocker.
Un concerto che è un omaggio struggente alla “dea” musica e che Dee Dee e i suoi musicisti trasformano in preghiera nell’esecuzione e nell’acuto viscerale della star in “The music is the magic”.
Cantato, e pregato, fino all’ultimo, impercettibile sussurro.
Ad un pubblico pronto all’ovazione Dee Dee Bridgewater regala infine l’ultima emozione: su “One fine thing” e “St. James infirmary” si chiude in bellezza un concerto indimenticabile, mettendoci dentro tutta la forza e la ineasauribile arte di una donna che è storia. La storia del jazz.
Non accettano i reggini di chiudere così.
La rivogliono in scena. La chiamano per un ultimissimo sussulto del cuore.
E lei ritorna. Lei e il suo pianista. Per una interpretazione della eterna “What a wonderful world”.
Il teatro zittisce, sogna, vola. Per poi regalare alla dea del jazz il suo grazie.
Tra applausi e urla di gioia da platea e palchi gremiti.
Tra i fiori che l’associazione Naima le tributa, per aver fatto entrare questa ottava edizione, al pari delle altre, negli annali del jazz che hanno fatto internazionale la città dello Stretto.
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