di ANTONIETTA CATANESE
Sibari riapre gli occhi.
Sabato 11 febbraio alle 15, dopo quattro anni, le porte del Parco archeologico che segue per estensione e importanza solo Pompei, e tra i più grandi in Europa, potrà finalmente inaugurare la sua seconda vita.
Era il 18 gennaio del 2013, quando un fiume di acqua fango e detriti la sommerse.
I famosi scavi, parliamo di una storia che affonda le sue radici nell’VIII sec. a.C., furono invasi da migliaia e migliaia di metri cubi d’acqua.
Adesso la polis magnogreca può risorgere, come già fatto in passato.
Sempre accanto a quel fiume, il Crati, che nei secoli ne è stato motivo di floridezza ma anche fonte di rovina.
Sarà il sottosegretario Dorina Bianchi a tagliare il nastro, in vece del ministro Dario Franceschini.
Era stato però l’ex ministro ai Beni culturali, Massimo Bray, all’epoca dell’alluvione, ad impegnarsi, e risolvere con un cospicuo finanziamento di oltre 15 milioni, il rebus della rinascita di Sibari.
Sette misure sono state messe in atto dentro il grande parco: tra le più urgenti, quella di dotarlo di pompe drenanti perché finalmente il sottosuolo potesse essere tenuto asciutto.
Condizione primaria, questa, anche per poter rendere agevoli nuovi scavi archeologici su un enorme giacimento a cielo aperto che ancora è stato indagato solo per l’1% della sua estensione.
Tra le novità più importanti, che i visitatori troveranno nel sito, ci sono il Polo museale della Sibaritide, con la nuova unità museale “Ippodameo”, corredato di ulteriori depositi archeologici. Ed anche una nuova unità museografica.
Il museo “Ippodameo”, almeno nelle linee generali del progetto del bando, si presentava come una delle attrazioni più interessanti: un modulo, in sostanza, che doveva integrare le funzioni del museo già esistente, attraverso uno spazio “capace di ospitare sale multimediali in cui poter conoscere e approfondire la storia delle antiche città di Sibari, tramite la riproduzione delle ricostruzioni virtuali effettuate a partire dai siti archeologici”.
La volontà è stata quella di inserire la grande quantità di reperti rinvenuti nel corso degli anni in un racconto organico che rendesse comunicativi i contenuti scientifici anche per il cosiddetto “grande pubblico”.
Un racconto vero, come nella letteratura e nel teatro, che narrasse i tre momenti cruciali relativi alla vita di Sibari: la distruzione della città ad opera dei crotonesi, la richiesta a Pericle degli esuli di Sibari di intervenire per la ricostruzione della città e il dibattito tra Pericle e i suoi consiglieri sulla forma che tale ricostruzione dovesse prendere: il tema della città ideale, dunque, e quello della politica ateniese.
Il disegno di Ippodamo e la fondazione. Il fallimento della città ideale e i suoi perché.
L’inaugurazione segna un nuovo inizio. Da festeggiare, dunque, con slancio.
Ma sarà a partire dal taglio del nastro che bisognerà far vivere il sito e renderlo capace di “parlare”.
Tantissimo c’è da fare.
A partire da collegamenti (il treno si ferma a cinque chilometri dal sito) e da una segnaletica chiara e ben collocata.
Sibari attende, inoltre, di essere finalmente e largamente indagata.
Per riportare alla luce tutta la ricca civiltà che, sotto quella terra, ancora chiede di mostrarsi.
Servono fondi per la ricerca e per la pubblicazione degli esiti scientifici che, si spera, muoveranno questo grande giacimento verso un possibile futuro. Perchè Sibari, la vera Sibari, è ancora tutta da scoprire.
Infine bisogna farla vivere.
Nell’ultimo anno di apertura, il 2012, questo immenso sito ha totalizzato solo 18.000 ingressi ed il suo museo archeologico ha conteggiato 11.978 visitatori (dei quali poco più di tremila i paganti) per un incasso totale di 6.168 euro.
Nessun commento ulteriore è necessario.
Sabato Sibari riaprirà i suoi occhi.
Che possa adesso anche avere nuove gambe su cui camminare.
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