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"Raccontami, dialoghi di lettura" incontra lo scrittore messinese Alessio Pracanica

30 Gen 2016 | Archivio

 

 di ROSANNA SODA

 

 

"Questa è la Sicilia, Svetlana mia. Con le sue spiagge piene di sole e il mare limpido. Così limpido che si vede benissimo il fondo, ma finché le cose non salgono a galla, si può fare finta che non esistano".

 

Raccontami, la rubrica che, occasionalmente, si prenderà cura di dialogare con scrittori, con artisti, con maestri, con creatori e con chiunque abbia voglia di raccontare una propria passione, inizia da Alessio Pracanica, scrittore messinese.

 

L’ho conosciuto a Roma alla libreria Feltrinelli, in occasione dell’uscita del suo ultimo lavoro dal titolo Contati le dita, edito dalla casa editrice Barion-Mursia. A un anno dalla sua pubblicazione, gli chiedo di raccontarmi di questo libro e del suo mestiere di scrittore.

 

Classe 1969, non è nuovo alla scrittura e ai racconti e in questo romanzo di frontiera racconta la storia di Cariddi, un paesino immaginario nell’entroterra messinese alle prese con le elezioni comunali.

 

Come in un teatro dei pupi, arricchito da tanti personaggi, tutto ruota intorno a due protagonisti: il Professor Italo Bosco, professore di liceo storico, "sposato" con i libri della sua ricca biblioteca personale e con la propria filosofia, un uomo a prima vista immobile nella sua integrità morale ma che si rivelerà presto un passionario e "Contati-le-dita", all’anagrafe Giuseppe Saglimbeni, un quarantino senza scrupoli e senza spessore, tenutario solo di un po’ di agio lasciatogli dal padre. Un uomo che travalica spesso nell’illegalità spicciola pur di saltare il fosso e farsi accettare dalla parte più corrotta del paese.

 

Intorno ai due protagonisti, c’è un mondo apparentemente fermo che osserva la gara elettorale ed entra nel duello con il mormorio, con il pettegolezzo e con lo scandalo oppure con un’ilare e maldestra voglia di imporre la propria legge.

 

Eppure, la staticità apparente, nelle case, nell’intimità lascia il posto a una frenesia post moderna di relazioni, di trasgressioni, di interessi, di affari sporchi, di amori proibiti o mai confessati e di movimenti tellurici dell’animo che danno al romanzo una fluidità tale da leggerlo in un attimo, per poi riprenderlo ancora e godendo, già prima, delle pagine che verranno.

 

Alessio mi accoglie al telefono mentre immagino che la sua isola di vita, Lipari, mostri uno dei suoi più bei paesaggi soleggiati di primavera.

 

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Come hai partorito l’idea di un romanzo che si svolge nell’arco di un così breve tempo e intorno alle elezioni comunali di un anonimo paesino del Sud proprio in questo periodo in cui tutto sembra molto liquido, in particolare il confronto tra il cittadino e la politica? Non sembra un’ambientazione di altri tempi?

 

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"La scelta del duello elettorale, collocato storicamente nell’anno 2000, è perché mi incuriosiva il rapporto tra cittadino e politica e cercavo un’ambientazione, un luogo in grado di far emergere alcune possibili dinamiche. Per comodità e conoscenza mi è venuto normale scegliere un paesino del territorio che conosco di più. Per rendere credibile la storia, sono invece partito dall’origine: politica deriva da Polis, città. Solo un contesto piccolo, che ricordasse quella "polis", poteva aiutarmi nella storia e, di conseguenza, la stessa polis, mi ha rimandato a uno scenario in particolare che è quello siciliano per forza di cose: un paesino nell’entroterra roccioso ma non distante dal mare. Tutto questo è Magna Grecia".

 

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Nel tuo romanzo c’è tutto il contemporaneo: la corruttibilità delle Amministrazioni Pubbliche e dei partiti; gli interessi legati al grande business dello sfruttamento del territorio altrui; l’avanzare sulla scena politica di gente come Contati-le-Dita che oscilla tra illegalità e abuso della cosa pubblica; l’immigrazione e la relazione, a volte ambigua, tra sfruttati e sfruttatori; la sessualità repressa, l’ingordigia dell’alcova segreta; la rassegnazione malinconica del sapiente inconsolabile di fronte all’ignoranza imperante. Che cosa volevi da Contati le Dita? I personaggi sono nati scrivendo o avevi previsto tutto?

 

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"Volevo parlare di politica, i protagonisti sono venuti fuori automaticamente. Pensavo di adottare la struttura del teatro greco in cui i personaggi esprimono le categorie dello spirito. Desideravo che ogni personaggio, il furbetto, il professore, la pettegola rappresentasse uno stereotipo non lontano dal vero e che fosse espressione di un singolo e predominante aspetto dell’animo umano. Pertanto, ogni soggetto del libro, riproduce una categoria dello spirito. Per arrivare a questo obiettivo avevo bisogno di un luogo circoscritto e piccolo come un paese: in una città molto grande è più difficile applicare questa struttura giacché è molto più liquido il rapporto umano. Le peculiarità personali non si colgono e c’è più omologazione di comportamenti. Il paesino, invece, si presta a questo gioco delle parti.

Infine, il nome del paese, Cariddi, ha una tale carica mitologica che non poteva non rimandare al teatro Greco e quindi al Sud".

 

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Inevitabile, leggendo, il richiamo ad Andrea Camilleri perdonami, stessa origine, stessa isola, stessa impostazione dai toni un po’ arabi, un po’ greci e, per andare ad un passato più recente, anche verghiani. Eppure, ci sono tante differenze, linguistiche innanzitutto. Questo richiamo ti impressiona, ti lusinga o te ne tiri fuori?

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"Oggi viene naturale pensare a Camilleri come ieri a Pirandello ma la Sicilia letteraria è tanto di più. E’ Borgeese, Sciascia, Brancati ed anche Cielo d’Alcamo. Non ho solo un riferimento letterario, ne ho a decine. E poi, io mi considero uno scrittore italiano. Non voglio darmi una connotazione territoriale particolare, sebbene abbia utilizzato la Sicilia come contesto del romanzo.

Del resto, non esiste secondo me un luogo ideale di un romanzo se non il "Luogo Credibile". Per un lettore il luogo di un romanzo deve essere verosimile, lo immagina e vi si cala. Solo così un luogo raccontato diventa credibile, qualunque esso sia".

 

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Quali sono le difficoltà di uno scrittore del Sud, che vive e scrive al Sud e che ne parla?

 

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"Se vogliamo parlare di difficoltà tecniche, ti potrei accennare ai problemi di collegamento, di trasporto per presentare un libro o partecipare come scrittore ad eventi interessanti; se, invece, vogliamo soffermarci sul mestiere di scrittore, uno dei grossi problemi che oggi si deve affrontare è quello della mancanza di lettura, fenomeno nazionale sicuramente ma anche fenomeno legato a stati di depressione economica di alcuni territori, il Sud per esempio, e di abbandono scolastico.

Di là dalle difficoltà di uno scrittore "geo-localizzato", il grosso problema tra Scrittore e Lettore è che è sempre più esiguo, in Italia, il numero dei lettori. E non parlo di lettori di carta stampata rispetto all’e-book (che in Italia non è decollato come ci si aspettava) parlo proprio di disaffezione alla lettura quasi patologica.

Vedi, per esempio, io mi definisco un lettore compulsivo: chi entra in casa mia e vede la quantità di libri presenti reagisce in due modi: "Che bello! Quanti libri!" oppure "Mamma mia! Quanti libri". Un entusiasmo o uno spavento. Temo che in Italia stiano diventando numerosi gli spaventati dalla lettura".

 

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Se puoi, parlami dei tuoi prossimi lavori.

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"Ne parlerò poco perché sono scaramantico. Ho un libro in valutazione dall’editore. Spero di uscire nuovamente presto in libreria".

 

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Di recente ho assistito ad un interessante e molto divertente dialogo fra un noto semiologo e un saggista italiano sugli errori di traduzione, di stampa, sulle passioni degli scrittori di celare a volte nelle pagine dei romanzi delle crittografie o degli acrostici. In questo dibattito ho scoperto che ci sono molti romanzi famosi che, per un’errata traduzione, hanno subito uno stravolgimento nel loro significato originale. Ti è mai accaduto da lettore di trovarti di fronte a casi simili?

 

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"La letteratura è piena di questi casi, a volte la traduzione omette, nasconde, sovverte il significato originale del romanzo o dello scritto. A volte accade perché in alcuni paesi c’era o c’è una censura che "sconsiglia" e "devia" dal significato originale; altre volte si tratta proprio di grossolani errori di traduzione, per ignoranza o malafede. Ad ogni modo, e questo vale sempre, sia con un romanzo tradotto sia in lingua originale, l’importante è che quell’errore non rompa l’incanto del romanzo. Quando l’errore rompe il meccanismo per cui il lettore è completamente immerso nel racconto ed egli, improvvisamente, riemerge ritrovandosi sulla sua poltrona, davanti alla finestra e rientra nella realtà, allora l’errore diventa importante.

Per esempio, ne il Nome della Rosa, ad un certo punto (ndr Quarto Giorno – Compieta pg 310 nell’edizione I grandi, tascabili Bompiani), si racconta di monaci che preparano un piatto a base di peperoni, "…formaggio fritto, carne di pecora con salsa cruda di peperoni…". 

Eppure questa notizia passa indisturbata al lettore che neanche si ricorda che, al tempo in cui è ambientato il romanzo, non si conoscevano i peperoni essendo, le Americhe, ancora non scoperte. Ecco, in tal caso, l’errore non ha rotto l’incanto".

 

Continuo ad immaginare il blu del mare delle Eolie e lascio Alessio al sole della sua Lipari e di fronte a due mostri marini, Cariddi e un po’ più in là Scilla, aspettando il suo prossimo lavoro.

 

Dello stesso autore: I racconti dell’età del rap, Edizioni Creativa anno 2008 The Big, Edizioni Creativa anno 2011

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