Daniela Pericone quest’anno è stata selezionata al Premio Camaiore-Belluomini ed è finalista al Premio Lorenzo Montano (Verona) per la sua raccolta di poesie Distratte le mani, edita nel 2017 da Coup d’idée. Daniela è una poetessa, una poetessa silenziosa. D’altra parte, la melodia più silenziosa è quella dei versi. Io non lo sono. Silenziosa. E non lo sarò in questa mia intervista.
È nata nel 1961 a Reggio Calabria. Viaggia spesso per leggere le sue poesie. Ha pubblicato: Passo di giaguaro (Ed. Il Gabbiano, 2000), Aria di ventura (Book Editore, 2005), Il caso e la ragione (Book Editore, 2010), L’inciampo (L’Arcolaio, 2015), Distratte le mani (Coup d’idée, 2017). Un diverso cielo per ogni poeta è l’immagine della copertina di Distratte le mani, disegnata dal grande artista Giulio Paolini per la collana La costellazione del Cigno, a cura di Stefano Agosti, delle edizioni d’arte Coup d’idée di Enrica Dorna. Un richiamo all’intesa tra arte e poesia voluto dalla raffinata editrice torinese, che ha creato una casa per la poesia di alto impegno formale.
Daniela Pericone è anche autrice e interprete di letture sceniche e recital. Interventi critici sulla sua poesia sono usciti su «L’immaginazione», «Poesia», «Capoverso», «Agon». Ed è tradotta in diverse lingue. Sue poesie e prose sono inserite in numerosi volumi antologici, riviste, siti e lit-blog. Si occupa di critica letteraria e collabora a varie riviste cartacee e online. E altro ancora che non so. Spero di tirarle fuori questo “altro” che non so con qualche domanda, che non le piacerà. Tanto è amica mia e anche ironica e indulgente.
A mio parere, la cultura può avere una sua specifica funzione sociale, a parte quella propria della conoscenza e diffusione della lingua. La tua poesia?
"Penso che la poesia non debba porsi obiettivi esplicitamente sociali o peggio, com’è di moda dire, lanciare messaggi. Finalità di questo genere riguardano il giornalismo, la politica, la sociologia, ecc. Opera del poeta è la creazione artistica attraverso il linguaggio. La sua ricerca contribuisce ad ampliare le conoscenze, sotto quest’aspetto può condurre a modificare il sentire collettivo. La parola poetica, carica di senso al più alto grado possibile, non coincide con la lingua della comunicazione quotidiana, in tale prospettiva può essere rivoluzionaria, perché è affrancata dai luoghi comuni del pensiero di massa".
Leggendo la sezione Furori del tuo ultimo libro sono rimasta colpita da una poesia in particolare, che inizia con le parole “L’arte e la vita…”. Mi ha ricordato la mostra Poetry, quest’anno al Museo d’Arte Contemporanea MACRO di Roma, che ha proposto un’interessante fusione tra arte e poesia. Una serie di installazioni, già esposte alla Biennale di Venezia, unite ad una inedita proposta installativa realizzata con il grande poeta siriano Adonis: Collages di Adonis. Adonis ritiene la pittura un’espressione diretta della sua stessa interiorità. Ecco, la ricerca compositiva si può interrogare sulla relazione tra immagine e scrittura?
"Non posso che condividere il pensiero di Adonis, ogni gesto creativo è diretta emanazione dell’interiorità dell’artista, in qualunque forma abbia scelto di esprimersi, poesia, pittura, fotografia o altro ancora. Parola e immagine sono strettamente connesse. Il poeta non fa che tradurre in linguaggio una visione, che sia un prodotto della sua mente o scaturisca da un atto percettivo. A un livello ulteriore si pone il dialogo tra la parola e l’opera artistica preesistente, come appunto la pittura o la fotografia. In molte occasioni io stessa ho trovato suggestioni tali nelle opere di artisti come Caravaggio (in fotografia John Chervinsky, Anke Merzbach) da comporre poesie che possono essere lette come una sorta di èkphrasis legata strettamente all’immagine, oppure come testi autonomi, che hanno una propria compiutezza e tensione evocativa svincolata dalla visione. Mi spiego meglio con un esempio, una poesia tratta da L’inciampo concepita come una variazione sul tema dell’ombra nella pittura di Caravaggio:
In guerra di lume e ombra
staglia dal fondo cupo la figura
verso l’occhio di chi la spoglia
si orienta d’obliquo il raggio
in modo che allo sguardo
splenda soltanto un volto
al centro del paesaggio
da rovine di tenebra
le parti lasciate in fosco.
Così si vive trascurando il buio
in un inganno di luce".
Elio Grasso nella sua recensione su Rebstein del tuo Distratte le mani, dice che la tua “scrittura si arrende alla supremazia del pensiero, mai corteggiato allo scopo di far giungere l’indicibile, ma riportato indietro dagli esili che la vita impone”. Raccontami i tuoi esili. I tuoi naufragi. Alcuni li conosco, quindi non dissimulare.
"Elio Grasso, che è anche autore della nota di copertina de L’inciampo, è critico raffinato e coglie sempre con acume la postura dei testi. Esili e naufragi sono certamente due motivi importanti della mia visione poetica Non della biografia, si badi bene, non c’è equivoco più grande che ridurre un’opera letteraria al vissuto dell’autore. Nella scrittura si trasfonde la sua concezione del mondo, frutto di temperamento ed esperienza che inscindibilmente ne forgiano la personalità, insomma tutto fuorché la banalità della cronaca individuale. Peraltro la letteratura è in sé stessa dissimulazione. Per tornare agli esili, indubbiamente hanno a che fare con la mia inclinazione a stare nell’ombra, lontano dal clamore, dalla folla, dal pensiero unificato, in una sorta di autoisolamento, necessario a tutelare la propria integrità quando intorno non c’è che degrado, ignoranza, prevaricazione".
Si può frenare l’imperante marginalizzazione dei testi poetici nella scuola e nella società?
"Un aspetto non trascurabile è che lo studio della poesia nelle scuole dovrebbe, oltre che mirare all’analisi formale e ‘asettica’ del testo, consentire di godere della bellezza, musicalità e capacità di esaltare l’immaginazione che la poesia in sé possiede. L’invito è a scoprire la poesia per proprio conto, esplorare gli scaffali delle librerie in cerca di poeti che sappiano accendere in noi risonanze, illuminazioni. Leggere per il piacere di farlo".
Sulla tua poesia quanto ha influenzato l’aver letto poesia? E quanto ti influenza il giudizio dei lettori o il giudizio della critica?
"La lettura è l’unica vera fonte della scrittura. Faccio mie le parole di una famosa poesia di Borges, “Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto” (Un lettore, da Elogio dell’ombra). Solo dopo un lungo, amoroso tirocinio di immersione nella poesia da lettori si potrà giungere a scrivere un singolo verso. Tutto quanto si è letto diventa il tessuto stesso del nostro linguaggio. Il giudizio del pubblico, lettori o critica che siano, non può e non deve condizionare lo stile. Se così fosse, se si orientasse la scrittura a compiacere ora l’uno ora l’altro saremmo autori deboli, di scadente caratura".
Colgo il desiderio d’immediata comunicazione, preponderante, a volte nei primi versi delle tue poesie, come un’esigenza di guadagnare l’attenzione e direzionare la tensione del lettore.
"La mia attitudine è tendere a un equilibrio tra l’esplicito e l’oscuro, tra l’immediatezza comunicativa e un dettato ellittico. Troppa chiarezza a lungo andare nuoce, poiché un testo deve mantenere sempre vive le sue potenzialità evocative. In ogni caso la poesia deve avere un effetto dirompente, dare una scossa al risaputo. Uno dei talenti della poesia è quello di non esaurire la sua carica di senso alla prima lettura, per cui si innesca il desiderio di ripetere l’ascolto. Ogni rilettura coglie nuove intuizioni e sfumature di significati, crea connessioni impreviste".
Attimi sorprendenti di vita, versi dedicati. La tua terra. C’è qualcosa di questo nei tuoi scritti?
"Non c’è ambiente che non dia il suo imprinting allo scrittore, il paesaggio che circonda e accompagna il vissuto condiziona dal primo istante di vita. La visione e il linguaggio sono permeati dal contesto, sia naturale, sia modificato dall’intervento dell’uomo. Tuttavia nella mia scrittura l’elemento del paesaggio non è presente in senso puramente descrittivo, meno che mai idillico-celebrativo. Lo scirocco, il mare, le autostrade del sole nominati nei versi, lo sono soltanto in funzione metaforica o meglio ancora metafisica, ossia per indicare altri livelli di significato".
Nelle tue poesie sembra che tu riporti in vita parole “perdute”, c’è dietro uno studio linguistico. È anche ricerca di un effetto, è ricerca linguistica? È nostalgia?
"È proprio così, la lingua italiana non smette di esercitare il suo fascino, per me è un’esperienza esaltante attingere alla ricchezza della nostra tradizione letteraria. Perciò non esito ad accostare al linguaggio corrente termini poco usuali, più ‘preziosi’ rispetto all’appiattimento del parlato quotidiano. Siamo tanto avvezzi alla povertà lessicale della comunicazione ordinaria, da non accorgerci che stiamo disperdendo un patrimonio linguistico inestimabile, speculare a una tradizione di pensiero di altrettanta bellezza e complessità. Ecco, la mia non è nostalgia, è resistenza alla semplificazione".
I tuoi prossimi progetti, anche quelli che non hai?
"La scrittura a venire è il mio solo progetto. La mia forma inconclusa”.
Grazie Daniela. Non ti domando altro. Una cosa la so. So che rifiuteresti il Nobel, perché in Svezia fa freddo.
