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Andrea Braido consacra Ecolandia come il Parco reggino della grande musica

30 Gen 2016 | Archivio

Sarà quell’atmosfera raccolta, quasi familiare, serena. Sarà che lì ci arrivi con i bambini, felici di poter giocare per poi, stanchi e appagati, sedersi buoni a bordo palco, a raccogliere note come fiori. Sarà che dentro il Parco l’atmosfera è magica, tra quelle pietre che ancora dicono cose e la Sicilia che occhieggia, scintillante sotto i tuoi occhi. Ma sarà anche che, al Parco Ecolandia di Reggio Calabria, la buona musica è ormai di casa. Quasi tradizione. Quasi storia. Lontano dai clacson e dalle vie brulicanti; lontano dagli affanni, quasi.

E sarà per questo che, nella notte di domenica, il prodigio si è ripetuto.

Dopo il successo di due settimane fa, con l’Aaron Goldberg Trio – e l’apertura del Peperoncino Jazz Fest e il Play Music 2017 – quel palco tra le mura del Forte ha stavolta accolto Andrea Braido, con la sua chitarra epica quanto lui. In trio – il noto chitarrista di Vasco, Mina, Zucchero e tanti altri artisti che non hanno bisogno di presentazioni – con Vito Di Modugno all’organo Hammond e Alex Napolitano alla batteria.

Solo due parole sono sufficienti, per questi musicisti: Vito di Modugno è semplicemente uno tra i primi dieci organisti al mondo. Alex Napolitano è la tessera che completa un quadro perfetto: drummer che condivide il palco da tempo con artisti blasonati e canale privilegiato per il dialogo tra States e Italia quanto a bacchette e tamburi.

Il concerto si apre sulle note di "Fried Pies", brano di Wes Montgomery inciso all’epoca nel 33 giri “Boss guitar”. Una esecuzione originale e resa propria dai musicisti, che l’hanno inserita qualche anno fa nel loro “Jazz organ trio”, omaggio al dialogo tra chitarra e hammond che caratterizzò il genere tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Dal classico ad una composizione del “Trio della felicità” arriva Gravity, brano originale firmato Braido Di Modugno Napolitano e inserito tra le tracce del lavoro discografico per Videoradio e Raitrade.

Dal jazz al Rock al blues, mescolanze fusion e citazioni ammiccano, tra le pieghe delle esecuzioni al Parco, con la chitarra di Braido lanciata in virtuosismi che lasciano sospesi tra terra e cielo: un abbraccio, tra il musicista e il proprio strumento, pressoché ossessivo nella ricerca di ogni suono possibile da strappare alle corde, per plasmarlo a proprio piacimento, sacrificato sull’altare dell’emozione e dell’arte.

Braido e Di Modugno si parlano: con gli occhi, e con le dita. Sulle rispettive tastiere il feeling ormai collaudato si intreccia e si scioglie, nei duetti e nei soli, contando sempre su un drummer, Napolitano, pronto a scattare in virate ritmiche precise e sorprendenti.

La platea applaude, lancia fischi di approvazione, aguzza cuore e orecchie, per un concerto che conquista, nota dopo nota.

Un affiatamento divertito e divertente, quello dei musicisti, ben calibrato. Sempre. “Running”, traccia d’apertura del disco del trio, risuona come una briosa “corsa” a due, giocata su chitarra e hammond e diligentemente appoggiata dalle bacchette di Napolitano.

Un concerto che omaggia anche mostri sacri, attraverso riletture di pezzi epocali come “Caravan”, di Duke Ellington, sottolineato da un ottimo arrangiamento in grado di spalancare atmosfere immaginifiche. E a ruota “The days of whine and roses”, di Hanry Mancini, divertissement dedicato al musicista di origini italiane che incise il famoso brano nel 1962.

Scherzano, si scambiano i ruoli e giocano, Braido, Di Modugno e Napolitano. Non solo con le note, che maneggiano con una straordinaria leggerezza dettata da una padronanza incondizionata. Giocano anche con un pubblico che è a dir poco ai loro piedi.

Così ci si dirige verso la fine del concerto: attraversando gli sterminati spazi sonori di Chick Corea, con una interpretazione da occhi chiusi e nodo in gola, in “Got a match”, e Mercy mercy mercy, scritto da Joseph Zawinul per Cannonball Adderley, per un altrettanto emozionato saluto al pubblico.

“Ora io dico che questo è l’ultimo brano e voi dite “Noooooo” – è l’invito goliardico di Napolitano alla platea, che diligentemente cede e si presta, pur di ascoltare ancora i propri beniamini. Ne varrà la pena: il finale sorprendente vede Andrea Braido seduto alla batteria (il superchitarrista suona anche il basso e molti altri strumenti), per un duo con Di Modugno che ha il sapore del dolce inatteso, nella reinterpretazione di “So what” di Miles Davis.

La gioia di questa serata è infine tutta nell’ovazione finale, pubblico in piedi e inchino dei tre moschettieri del jazz, come rito esige.

Un rito che ad Ecolandia ha consacrato anche una location, naturalmente eletta per questo genere di eventi. Con un plauso al tecnico del suono, Teresa Mascianà, per l’audio cristallino che ha varcato i confini del Parco e che ha reso giustizia a questi tre grandi nomi internazionali.

Sulle colline di Arghilla è nato un amore, in definitiva. Quello tra Ecolandia e la Musica buona e giusta.
Quella dei grandi, già consacrati, ma anche quella di talenti davvero straordinari che si affacciano al grande pubblico.

Loro si chiamano “B(#) Sharp”: hanno aperto il primo set, prima del Braido Trio, per la rassegna Featuring del Parco Ecolandia, che (ricordiamolo) ha anche il suo “Cantiere musica”.

Chiara Rinciari alla chitarra, Roberto Aricò al basso, Emiliano Laganà alla batteria si sono rivelati quanto di più bello possa la musica aspettarsi per l’oggi e il domani. Un quartetto, con al centro un Matteo Scarcella al flauto traverso che è una autentica rivelazione e che, senza timore di suonare retorici, farà molto scrivere e parlare.

La grande musica è in questi ragazzi, talenti cresciuti nel Conservatorio Cilea di Reggio Calabria, dotati di tecnica e scintilla.

Capaci di sperimentare stupire e dimostrare che, già oggi, possiamo star pure tranquilli, ché domani l’ottima musica, come il dolce inatteso, non mancherà.

I video del live sono sulla pagina fb di Quellochenonho. Clicca mi piace per vederli

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