Annuncio

Museo di Reggio senza direttore: in corso consultazioni febbrili. Ecco gli scenari in attesa del ricorso al Consiglio di Stato

30 Gen 2016 | Archivio

Da Palazzo Piacentini a via del Collegio Romano è tutto uno squillare di telefoni e cellulari. Si consultano legali e Avvocatura dello Stato. Prima d’ora, infatti, un caso del genere non si era mai verificato. Almeno non nei Musei statali.

Il ministero dei Beni culturali è rivoltato come un calzino, dopo la sentenza del Tar del Lazio che (notizia del Sole 24 Ore) ha bocciato la nomina del direttore del Museo Archeologico di Reggio Calabria, Carmelo Malacrino, insieme alle designazioni dei neodirettori del Palazzo Ducale di Mantova, della Galleria Estense di Modena, dei Musei Archeologici Nazionali di Napoli, e Taranto, nonché del Parco Archeologico di Paestum e di tutti i direttori stranieri nei musei italiani.

COSA SUCCEDE ADESSO

La domanda è: cosa succede adesso? Di certo ci sono due elementi: il ministro Dario Franceschini ha già annunciato il ricorso al Consiglio di Stato. Ma la sentenza del Tar è efficace in quanto non sarebbe stata data la sospensiva.
Detto questo, questi Musei sono di fatto senza guida. Ed un ricorso al Consiglio di Stato non si produce certamente in un paio d’ore. A maggior ragione se, come in questo caso, la sentenza mina alle fondamenta gli esiti di una riforma museale che, a detta dei giudici amministrativi, cozza fatalmente contro le leggi dello Stato.

Il ministro Franceschini, in queste ore, anche dai social, difende a spada tratta quanto fatto e annuncia battaglia.

Intanto, però, bisognerà trovare una soluzione. Chi reggerà le redini del Museo fino alla formalizzazione del ricorso al Consiglio di Stato? Probabile, si vocifera nelle stanze Mibact, potrebbe essere intanto una temporanea avocazione da parte della Direzione Generale Musei. Come pure, durante la vacanza, potrebbe succedere quanto già avvenuto con la soprintendenza reggina e vibonese, cioè la nomina di delegati sul territorio. Non sarebbe, infine, peregrina l’ipotesi di una reggenza in mano al Segretario generale Mibact in Calabria, Salvatore Patamia, che in merito ha una robusta esperienza alle spalle.

Senza contare che l’autonomia amministrativa e contabile dei musei italiani, stabilita dalla riforma, richiede non comuni competenze e la necessità che da subito ci sia un reggente con potere di firma, non fosse altro che per poter pagare le bollette e far fare le pulizie.

MUSEO SENZA PACE GIA’ SOTTO OSSERVAZIONE

Non sembra esserci pace per il Museo dei Bronzi di Riace e della Magna Graecia. Basti ricordare che ancora si attende il responso dell’ispezione ministeriale sul Palazzo Piacentini in merito ai presunti malfunzionamenti degli impianti dei Bronzi di Riace denunciati a suo tempo dal Giornale dell’Arte, come anche ai pessimi rapporti tra direzione del Museo e dipendenti della Soprintendenza (ancora orfana), di cui qui si è tanto scritto.

Non resta adesso che attendere una decisione che, certamente, arriverà nel volgere di poche ore.

LA SENTENZA DEL TAR
Per la sentenza del Tar Lazio, una vera deflagrazione per i Beni culturali italiani, come l’Ansa ha scritto, “Il bando "non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani". E lo scarto dei punteggi tra i candidati meritava "una più puntuale e più incisiva manifestazione di giudizio da parte della Commissione" valutatrice e la scelta di svolgere le prove orali a porte chiuse non ha assicurato i "principi di trasparenza e parità di trattamento dei candidati". Queste – scrive l’Ansa – le motivazioni per le quali il Tar del Lazio, con due distinte sentenze, ha bocciato la nomina dei direttori dei super-musei italiani. I ricorsi erano stati proposti da Giovanna Paolozzi Maiorca Strozzi e Francesco Sirano, entrambi concorrenti alla procedura, con riferimento alle nomine del direttori del Palazzo Ducale di Mantova, della Galleria Estense di Modena, dei Musei Archeologici Nazionali di Napoli, Reggio Calabria e Taranto, nonché del Parco Archeologico di Paestum”.
“Per il Tar lo scarto minimo dei punteggi tra i candidati meritava un giudizio più incisivo "piuttosto che motivazioni criptiche ed involute", proprio perché l’ingresso nella ‘terna’ di valutati "era condizionato anche da un apprezzamento minimo della commissione in favore dell’uno o dell’altro concorrente – si legge in una delle due sentenze – tanto da imporsi, in questo caso, una puntuale ed analitica giustificazione in ordine all’assegnazione di ciascun punto con riferimento ai dieci candidati ammessi al colloquio".
E continua l’Ansa: “In merito poi al meccanismo di selezione, per i giudici amministrativi "il bando non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani in quanto nessuna norma derogatoria consentiva al MIBACT di reclutare dirigenti pubblici al di fuori delle indicazioni, tassative, espresse dall’art. 38 d.lgs. 165/2001"; anche perché "se il legislatore avesse voluto estendere la platea degli aspiranti ricomprendendo anche cittadini non italiani lo avrebbe detto chiaramente".
Aggiungendo che “In più i giudici amministrativi censurano la scelta di far svolgere la prova orale ‘a porte chiuse’. "Secondo il consolidato indirizzo giurisprudenziale – si legge nelle sentenze – al fine di assicurare il rispetto dei principi di trasparenza e parità di trattamento tra i candidati occorre che durante le prove orali sia assicurato il libero ingresso a chiunque voglia assistervi" compresi i candidati affinché possano verificare "di persona il corretto operare della commissione".
Una sentenza pesantissima, che mette in dubbio addirittura la trasparenza delle procedure. Adesso non resta che attendere.

Ti potrebbe interessare…