di ANTONIETTA CATANESE
Ci inchioda alla poltrona con lo sguardo tormentato, magnetico e a tratti perfido del suo protagonista.
Ci trascina negli intrighi di un Vaticano sospeso tra redenzione e dannazione.
Ci affascina al punto che Lenny Belardo è già entrato nel nostro immaginario, come un nuovo lemma entra di diritto nel vocabolario perché un’altra parola che renda bene quel concetto ancora non c’è.
Questo è, e c’è da giurarci molto altro sarà, “The Young Pope”.
L’opera che rovescia i rapporti tv-cinema, in onda su Sky Atlantic ogni venerdì, è scritta e diretta dal regista premio Oscar Paolo Sorrentino. Che non ha solo sdoganato il piccolo schermo dalla storica soggezione al “fratello” maggiore, ma ha fatto di più. Ha pensato anche a chi, dall’altra parte della "scatola", ha desiderato sin dal primo momento di essere su quel set, accanto a Jude Law e Diane Keaton, Silvio Orlando e Scott Shepherd, Cécile de France, Javier Càmara e James Cromwell. A chi si è chiesto se quelle scene le avessero davvero girate in Vaticano o se i paramenti sacri del giovane papa fossero stati presi direttamente nel guardaroba del Pontefice. A chi si è chiesto come accade che il grande cinema "entri" dentro la televisione.
Sorrentino lo ha presentito questo desiderio. Ma serviva un bravo regista per raccontare “la storia della storia”. Perché non doveva essere un backstage tout court. Ci voleva qualcosa di più. Una narrazione della narrazione. La storia di una "rivoluzione".
Così, il regista premio Oscar si è guardato intorno. Ed ha scelto.
Ha scelto Fabio Mollo, reggino "del quartiere Gebbione" (come ama definirsi il giovane regista per sottolineare un senso di appartenenza che trasuda radici). Reggino che, con la sua cinepresa, è già riuscito a farsi valere oltreconfine con i suoi pluripremiati lavori: per citare i più noti, il corto “Giganti”, ed il lungometraggio “Il Sud è niente”; ed ora il suo nuovo film, “Il padre d’Italia”, che ancora deve essere finito, ma che già fa parlare di sé.
Fabio Mollo è diventato così il regista del docu-backstage "The Young Pope: a Tale of Filmmaking" (fotografia di Tommaso Borgstrom, montaggio di Filippo Montemurro e produzione Wildside).
A lui abbiamo chiesto di condurci dentro quel set, in attesa della proiezione del documentario. Di farci “sbirciare” quel set dove Sorrentino ha forgiato due grandi totem: da una parte Lenny Belardo, il giovane Papa che è già una icona, e dall’altra la stagione di una grande fiction “cinevisiva”.
Fabio, sei il regista del backstage di “The Young Pope”. Sei stato per una intera stagione sul set, al fianco del regista premio Oscar Paolo Sorrentino, e dentro una produzione con un cast eccezionale. Ci racconti come succede una cosa così?
“La notizia era top secret… Io ho fatto un documentario di un’ora su tutta la realizzazione della intera serie. Poche settimane fa, Paolo Sorrentino mi ha chiesto di realizzare un estratto di circa venti minuti da proiettare nella conferenza stampa di lancio di “The Young Pope”. Quando c’è stata la conferenza stampa si è saputo di questo lavoro ed un primo estratto è apparso sul sito di Repubblica”.
Ma raccontaci tutto da capo. Come sei diventato il regista del backstage della serie che ha catalizzato l’attenzione di tutti i media del mondo?
“E’ stata una volontà di Paolo (Sorrentino): voleva realizzare un documentario perchè questa serie è un po’ un evento “storico”: è la prima volta che un regista premio Oscar, italiano, giri una serie tv con caratteristiche così uniche. Una serie americana con una produzione italiana. E con un cast pazzesco. Un fatto unico. Così Paolo ha voluto che si girasse un documentario. Ovviamente sono stati contattati diversi registi. Ognuno di noi ha portato le proprie idee, che sono state sottoposte alla sua attenzione. E, alla fine, Sorrentino ha scelto me. E mi ha permesso di seguirlo, in tutto e per tutto, per sei mesi; per tutta la durata della realizzazione di questa serie”.
E adesso a che punto è la lavorazione di questo documentario e quando lo vedremo su Sky?
“In questo momento lo sto finalizzando. Lo vedremo a fine novembre su Sky, alla fine della programmazione della serie. Io ho seguito le riprese fino al febbraio scorso, poi sono andato a girare il mio film, “Il Padre d’Italia”, fino a giugno. E questa estate ho montato sia il film che il documentario di “The Young Pope”.
Un’estate intensa…
“Sì (ride), decisamente intensa. Ma bellissima, direi”.
Tu conoscevi già Sorrentino?
“Sì. Paolo è stato mio insegnante al Centro sperimentale di cinematografia, e durante la sua docenza io ho realizzato un documentario, si chiamava “Al buio”, un corto che poi arrivò con successo al Festival di Venezia e che mi ha quindi permesso l’accesso ai Festival Internazionali”.
Parlaci di lui. Com’è sul set? È esigente?
“Lo vedrete benissimo nel documentario: ho voluto che si capisse esattamente e che si percepisse cosa ha fatto in particolare su “questo” set. Che è, sì, il set di una serie tv, ma che lui ha gestito come un vero set cinematografico. Si vede proprio tutto di lui in questo documentario, a mio parere: il suo lato professionale, esigente e, se vogliamo, anche austero. Ma allo stesso tempo il suo lato più umano, più emotivo. E generoso”.
Jude Law, Diane Keaton e gli altri grandi attori della serie: cosa ti ha colpito di più del loro modo di lavorare? E’ diverso da come si lavora in Italia?
“Sicuramente i grandi attori sono grandi attori in qualunque parte del mondo, ed indipendentemente dalla loro provenienza. La caratteristica di questa serie è proprio quella di essere riusciti a mettere dentro il cast tutti grandi attori, americani, italiani (Silvio Orlando) inglesi e francesi. Vedere, sotto i tuoi occhi, e anche poter documentare, il lavoro di un regista come Paolo, lì, mentre crea insieme ad attori così grandi ti fa capire come un grande sforzo, come fare un film, ed ancor più una serie così impegnativa, possa diventare addirittura “naturale”. Questo mi ha colpito molto”.
In “Behind the Scenes", l’anticipazione del tuo documentario "The Young Pope: a Tale of Filmmaking”, colpisce il confronto, lo scambio alla pari sul set, con un Sorrentino pronto ad accogliere gli input di chi interpreta la parte. E dall’altra cosa ci sia dietro le scenografie sontuose, i costumi preziosi, il lavoro dei truccatori e delle maestranze: una “macchina” enorme, che si muove con l’industria del cinema, ed ora anche con questo nuovo modo di fare fiction televisiva….
“Desideravo che questo venisse fuori chiaramente, l’enorme sforzo di tutti i reparti. Sorrentino lo ha chiesto apertamente: ha voluto mostrare cosa significhi realizzare una serie in questo modo. E realizzarla “all’italiana”. Faccio due esempi: i costumi sono cuciti e ricamati a mano da una sartoria cinematografica. E nel backstage si vedrà la realizzazione di questi abiti, come anche la ricostruzione della Cappella Sistina, dentro Cinecittà, in scala 1:1. Semplicemente impressionante. C’è una sezione del documentario dedicata proprio a questi aspetti. Vedere come lavorano queste sarte o queste maestranze ha un fascino ed un valore documentario eccezionale. Quando sarà in onda l’intero documentario si potrà scoprire come quella Cappella dentro Cinecittà sia stata mirabilmente realizzata a partire da zero. E con un risultato finale a dir poco impressionante”.
Si apre una nuova stagione?
“Guarda, io credo che il cinema non sia in crisi. Ovviamente grazie alla nuove tecnologie si è aperto un grande spazio per la sperimentazione. E fare televisione, seguendo un po’ i canoni cinematografici, fa parte di questa sperimentazione che sta premiando tantissimo. Io credo che la cosa bella di questa fase è che dimostra concretamente l’inizio di una “rivoluzione”. E Sorrentino, ma anche il produttore della serie, Lorenzo Mieli, lo hanno detto chiaramente: speriamo che “The Young Pope” porti “la bandiera di questa rivoluzione”.
Quali difficoltà comporta realizzare un backstage? Cosa devi riuscire a cogliere?
“Per me era la prima volta. Non avevo mai girato un backstage e men che meno, ovviamente, su un set di tale importanza. Il mio timore iniziale è poi svanito quando Sorrentino mi ha chiarito che ciò che lui voleva in realtà era un documentario. E lì mi sono tranquillizzato. Proprio perché il cinema documentario è un terreno che invece io frequento e che riesco a fare. Quindi l’approccio è stato principalmente questo. Io penso, poi, che questo lavoro non documenti solo la realizzazione della serie, ma racconti la storia che c’è “dietro” questa serie, dalla nascita dell’idea fino alla sua realizzazione. E quindi anche questo mi ha permesso di strutturare il documentario come un piccolo film , proprio perché c’è una storia da raccontare. Il “credit” che hanno scelto di dare al documentario è proprio “Film”. Un film dentro il film”.
Come hai proceduto in questa operazione metacinematografica?
“Mi son potuto rifare a grandi esempi della storia, in questo campo. Ad esempio, in Apocalypse Now la moglie del regista aveva realizzato un film sulla realizzazione del film stesso. E quindi questo, come anche altri esempi, sono stati per me dei modelli da seguire. C’era un’altra cosa che dovevo superare. Perché per me Paolo Sorrentino è un grande maestro, è un regista intoccabile, e c’è un profondo rispetto nei suoi confronti non solo da parte mia ma anche da parte di tutti coloro che lavorano con lui, attori in primis. Sono entrato in punta di piedi su questo set. Ma nello stesso tempo sentivo la determinazione e la volontà di fare di Paolo un ritratto fedele, ed asciutto in qualche modo: volevo davvero far venir fuori chi è e come lavora questo regista, nella realtà. Senza scadere nell’agiografia e senza farmi condizionare dall’ammirazione che provo per il suo modo di lavorare”.
Da quanto abbiamo potuto vedere negli estratti credo tu ci sia riuscito…
“Io me lo auguro. Devo dire che la cosa che mi ha sollevato molto è che, quando Paolo lo ha visto, è stato veramente molto contento. E allora ho pensato: “Meno male” almeno così non mi licenzia! (ride). Era quello che speravo. Che arrivasse al pubblico e che per lui fosse un racconto autentico, e scevro da qualunque orpello”.
Dopo l’Italia, dove andrà la storia della storia del “giovane papa”?
“Insieme alla serie, andrà in Francia e poi in America, in tantissimi posti: "The Young pope" è stato venduto in più di cento Paesi”.
DA ROMA A CITTANOVA
Dal grande set al cineteatro Gentile di Cittanova, che tu dirigi con passione e che è una piccola isola felice nella Piana di Gioia Tauro. C’è un file rouge che lega realtà così lontane tra di loro?
“Io credo sia la passione per la cultura ed in particolar modo per il cinema. Quando hai una passione, la cosa più bella che puoi fare è condividerla. Da lupetto e scout (per otto anni al Duomo di Reggio Calabria) ciò che mi è rimasto dentro è lo spirito della condivisione, sintomo di passione ed amore. Io amo il cinema ed il mio modo concreto per dimostralo è condividerlo il più possibile”.
Avete riaperto questo cineteatro dopo dieci anni di chiusura. È stata dura? È difficile gestire questa realtà?
“L’occasione di dirigerlo e riaprirlo per me è stata una bellissima opportunità per dimostrare concretamente questo amore. L’ho fatto e lo faccio gratuitamente, insieme alla mia associazione e a tutti i ragazzi e le ragazze che ci operano, sempre gratuitamente, non senza difficoltà. Tante. Non facile, ma molto bello. Andiamo avanti comunque ed è una cosa che ci rende molto contenti”.
SOS PER IL LABORATORIO DI FILMMAKING A REGGIO
Come siamo messi col Laboratorio di Filmmaking a Reggio Calabria?
“Io ci tengo tantissimo. Abbiamo fatto una prima esperienza l’anno scorso ed i ragazzi, con il corto realizzato, hanno vinto un Nastro D’Argento, che è il premio più importante ed antico della cinematografia italiana. Questo ci ha fatto capire che siamo sulla strada giusta. Il laboratorio di filmmaking di Reggio Calabria è unico in Italia, ce lo invidiano da tutte le parti, è gratuito, a costo zero per il territorio, permette a questi ragazzi di studiare con dieci registi professionisti e poi di girare un corto che viene presentato al Festival del Cinema di Venezia. Una cosa bellissima che non so quanto Reggio, sinceramente, abbia capito”.
Perché? Cosa è successo?
“Non parlo dei reggini, che hanno frequentato tantissimo la sala e il laboratorio. Non so quanto sia stata capita e apprezzata da chi poteva contribuire a rendere meno precaria questa realtà. La seconda edizione l’abbiamo estesa a tutta la città metropolitana. E purtroppo credo sia stata capita ancora meno. Rischiamo quest’anno di dover andare via da Reggio, fuori regione, perché qui abbiamo enormi difficoltà logistiche e ci siamo sentiti davvero molto soli. Io, da testa dura del Gebbione, ho resistito fino ad ora. Ma se il rischio è quello di togliere a questi ragazzi la possibilità di studiare dovrò cedere per amore loro. Con molta amarezza e dolore. Ma non posso sacrificarli. Voglio resti un’opportunità vera, gratuita. E se per poterlo fare dovrò cambiare città lo farò”.
IL NUOVO FILM: "IL PADRE D’ITALIA"
Quello che dici provoca incredulità. E ci facciamo portavoce affinché questo rischio venga evitato. Sappiamo quanto tu sia legato a Reggio. Ci hai girato anche parte del tuo ultimo film, “Il padre d’Italia”. Ciak Magazine lo metteva a maggio al terzo posto tra i film più attesi, nella lista stilata da Piera Detassis. Molta attesa, dunque. A che punto siamo?
“Stiamo lavorando alle musiche, come ti dicevo quando mi hai chiamato. Il film uscirà in Italia nei primi mesi del 2017”.
Siamo vicini. E già se ne parla tanto…
“Ci stiamo avvicinando. Abbiamo presentato una clip di due minuti al festival di Roma e ci ha emozionato molto questa presentazione. Perché è stata la prima proiezione pubblica. Solo due minuti ma ha avuto un riscontro emotivo fortissimo che neanche noi ci aspettavamo. Che dire? Si dice che il secondo film sia più difficile del primo. Ma anche altrettanto bello e con emozioni fortissime: bello trovarmi sul set con due attori pazzeschi come Isabella Ragonese e Luca Marinelli, in giro per l’Italia (è un film che viaggia dal Nord al Sud Italia), con una troupe di professionisti ed amici, per raccontare una storia “piccola”, ma dalle aspettative e dalle speranze molto grandi”.
Portaci dentro questa storia….
“Racconta di due giovani trentenni che vogliono smettere di essere figli e provare a diventare genitori. Credo sia una di quelle tematiche che attraversa molto la nostra generazione, che ha grosse difficoltà a diventare genitori ma ne ha anche un gran desiderio. Il film indaga queste dinamiche con momenti divertenti, emotivi, anche drammatici. Volevo sondare proprio i meccanismi di questo percorso che esplora una emozione così grande come quella di diventare padre e madre. E non vedo l’ora di farlo vedere. Perché c’è un Luca Marinelli completamente trasformato. Anche Isabella Ragonese: sono due attori che vengono fuori in questo film in maniera inedita secondo me. Sono stati generosi, non si sono risparmiati su niente".
E in questo film c’è anche un’attrice che tu hai lanciato e molto cara a Reggio Calabria….
“Sì, c’è un grande ritorno in questo film: il ritorno di Miriam Karlkvist (la protagonista de “Il Sud è niente”, primo lungometraggio di Mollo, nda): in questo film viene fuori una Miriam che buca lo schermo”.
REGGIO E LA "TRILOGIA DELLO STRETTO"
Ti aspetteremo per la prima reggina della tua seconda opera…
“Voglio organizzare assolutamente la prima a Reggio e spero che questa volta ci sarà, al contrario che con “Il Sud è niente”, un cinema che desideri proiettarlo. All’epoca del mio primo film con molta difficoltà trovai la sala per la proiezione, che avveniva peraltro in anteprima. Dovetti fare la conferenza stampa nel bar di mia sorella….. La risposta del pubblico e dei reggini fu grandiosa. I reggini mi hanno dato la forza di andare avanti e per loro ho voluto girare, ancora, a Reggio, le parti più intense del mio secondo film. Per ringraziarli del loro calore, che mi accompagna sempre ed in ogni cosa che faccio”.
“Il Sud è niente”, con l’uscita in dvd, sta andando bene…
“La particolarità di questa uscita è che dentro questo Dvd con “Il Sud è niente” c’è come contenuto speciale, “Giganti”. Un po’ una chicca. Giganti è il cuore da cui si dipana la storia de “Il Sud è niente”, e l’uscita accoppiata mostra il forte legame tra questi due lavori. Poi io sono legatissimo a “Giganti” e quindi ci tenevo particolarmente".
Reggio Calabria è un po’ il comune denominatore di queste tre opere?
"Sì. Anche ne “Il Padre d’Italia”, la parte più forte ed emotiva del film è quella girata a Reggio e Provincia. L’ho chiamata “La trilogia dello Stretto”: Giganti, Il Sud è niente, Il Padre d’Italia”. Reggio è sempre con me…".
Fabio ci saluta. Noi gli auguriamo di continuare così.
Sulla strada di un’arte che sa ben esprimere e che ha conquistato anche il regista premio Oscar Paolo Sorrentino.
Ci auguriamo anche, però, che la “città” risponda al suo appello: che il Laboratorio di filmmaking resti qui; che continui a rendere possibile, gratuitamente, ai ragazzi che sognano di fare cinema di poter, anche qui, studiare, imparare e coltivare, senza andare altrove, i propri piccoli o grandi, ma sempre legittimi, sogni.
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Foto e crediti
Mollo alla proiezione di The Young Pope
Jude Law – Photo di scena di Gianni Fiorito (da Sky
Atlantic)
Sorrentino sul set – Photo di scena di Gianni Fiorito (da
Sky Atlantic)
Lavorazione documentario The Young Pope, Foto Fabio Mollo
Set “The Young Pope” – Photo di scena di Gianni Fiorito (da Sky
Atlantic)
Ciak “Il Padre d’Italia” – Foto Fabio Mollo
Postproduzione “Il Padre d’Italia” – Isabella Ragonese –
Foto di Fabio Mollo
Fabio Mollo
Premiazione Il Sud è niente con Miriam Karlkvist
Backstage Lab FilmMaking Reggio Calabria
