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Quello Che Non Ho
Più volte in questi giorni mi è stato chiesto di esprimere un parere sul video di Alex Britti nel quale, durante un’intervista, fa riferimento al suo approccio con lo studio della musica, o meglio con il non studio, raccontando quanto studiare musica spenga l’istinto del musicista, da docente e divulgatore non potevo astenermi dal fare una personale analisi, raccontando quantomeno la mia esperienza. Premesso che la musica è arte e di conseguenza ognuno la costruisce come ritiene giusto o necessario, su una cosa mi sento di dare ragione ad Alex, che stimo ed apprezzo come artista: il proprio istinto va ascoltato ed alimentato, e non soffocato. Un essere musicale dotato di un cuore ed un cervello deve studiare musica solo se gli piace studiare musica, ma se un musicista non ha studiato musica pazienza, per fortuna non cadrà un aereo, o non morirà un paziente sotto le sue mani, nel peggiore dei casi magari suonerà una nona maggiore su un quinto grado della scala armonica, o un accordo in battere quando tutti hanno scritto una pausa di semicroma, poco male, può essere anche piacevole. Ripercorro la mia esperienza e ricordo come il mio istinto mi abbia in qualche modo sempre spinto a studiare la musica, l’ho capito fin dall’elementari, quando ancora non sapevo che avrei fatto della musica una professione e anche una ragione di vita, provando piacere anche nello studio del famigerato flauto dolce con tutti gli annessi connessi che non è il caso di affrontare in questa sede 🙂 Successivamente, forse proprio grazie allo studio, nella vita mi sono trovato in situazioni musicali estremamente disparate, avendo a che fare con musicisti moderni, musicisti classici, maestri e direttori d’orchestra preparatissimi, arrangiatori Italiani e stranieri, che scrivevano, scrivono, e scriveranno ogni singola nota o accordo da eseguire con sicurezza ma anche con trasporto ed emozione, mi sono relazionato con produttori che mi hanno convocato per lemie idee, o perché volevano qualcuno che interpretasse le loro, o entrambe le cose.Altre volte ho dovuto improvvisare su progressioni complesse, o leggere una partitura un semitono sopra o sotto durante una diretta tv, ho dovuto suonare decine di migliaia di brani (e non esagero) in studio, dal vivo, in televisione. Ho cercato di essere un buon solista e al tempo stesso un infallibile ed affidabile accompagnatore, ad esempio una volta in tour con Antonella Ruggiero durante il quale il pianista perse l’aereo e dovetti ricreare tutte le sue parti armoniche, o con il grande Adriano Celentano, cercando di estendere la mia zona di confort anche al rock’n roll, o inventando un duetto solistico, rispettosamente, durante la direzione artistica con il grande Marco Mengoni, replicando le sue complesse ed articolate frasi musicali, e potrei continuare per ore, ma non è il caso. Si parla spesso di zona di comfort, a me piace che essa sia il più possibile estesa ma è solo il mio punto di vista, cioè quello di un artigiano, termine con cui amo definire chi come me esercita la professione di session man.C’è chi ha costruito la propria carriera su un solo repertorio, o su una cover band, o su un solo genere musicale, anche questo è ottimo e rispettabilissimo, forse non bisogna commettere l’errore di definirsi specializzato in qualcosa semplicemente evitando di affrontare il resto, parere personale.Insomma, a me nella vita è capitato tutto questo (e decisamente molto di più) e sono felice della mia variegata carriera che dura da quasi 40 anni, ma non so dirvi se sia corretto affermare il principio di causa effetto o viceversa, quindi studiate solo se vi piace studiare, senza omologarvi, per diventare il musicista che in qualche modo è già dentro di voi fin dalla nascita. Buona domenica. 🙂LC 2024 - Vita da chitarristi molto oltre le corde. ... Vedi altroVedi meno
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